Dalla vigna al campo verde: Edy racconta Reja

Pubblicato il autore: Paolo Bellosta Segui

US Citta di Palermo v SS Lazio - Serie A
Pubblichiamo l’intervista di Massimiliano Castellani all’allenatore dell’Atalanta Edy Reja, apparsa mercoledì 18 maggio sul quotidano
Avvenire.

Un cammino, il suo, iniziato nel 1979 nei dilettanti del Molinella e proseguito fin qui, allenando da Nord a Sud 

«Sono andato via di casa a sedici anni e non sono ancora tornato… I Reja, sono arrivati a Lucinico nel ’600 dalla Spagna. Da mamma Maria ho appreso l’educazione cattolica e il rispetto profondo per quelli che hanno meno di noi. Papà Antonio faceva il viticoltore: da mattina a sera sui campi a lavorare come un mulo quando ancora non c’era il trattore».

Edy il figlio unico destinato ai campi agricoli e che invece è diventato un lavoratore privilegiato della “zolla” pallonara.

«Un sogno realizzato. Un desiderio espresso fin da piccolo. Nelle letterine che scrivevo a San Nicolò gli chiedevo ogni anno di portarmi un pallone di cuoio e invece mi arrivavano sempre arance e mutande. Che delusione… Quando mi regalarono il primo pallone alla sera me lo portavo anche dentro il letto per addormentarmi. Andai a provare con la Juventus e poi alla Spal firmai il cartellino di nascosto. Non ero maggiorenne e ci voleva il consenso del genitore. Mio padre quando lo seppe andò su tutte le furie».

Anche il Reja allenatore ha avuto dei tempi lunghi di maturazione.

«A volte penso di aver fatto “gavetta” fino 58 anni e da quel momento ho solo completato il ciclo di esperienze. Prima ero stato un buon allenatore di B, poi è arrivata la chiamata del Napoli in C1 e quello è stato un bagno di popolarità che non si asciugherà mai».

Reja più amato anche di Maurizio Sarri?

«Non lo dico io, ma i napoletani. Quando ho riportato la squadra dalla C1 all’Europa mi hanno detto: “Edy ci hai ridato dignità”. Sarri è stato bravo quest’anno, ma che Napoli ha? Io in attacco avevo a disposizione Zalayeta e Lavezzi che quando è sbarcato era più largo che alto».

Noi invece ci chiediamo: ma con il presidente De Laurentiis come andò? 

«Aurelio De Laurentiis è un signore. Ora sa anche di calcio, ma appena prese la società no, per questo siamo quasi arrivati alle mani, ma da gentiluomini ci siamo subito spiegati».

Lei è come il piatto del buon ricordo, ovunque è stato ha lasciato il segno.

«In campo io sono come nella vita, una persona leale, schietta, non parlo mai dietro le spalle. Per questo ci sono calciatori che mi telefonano a distanza di anni e mi dicono: “Mister, io con lei andavo sempre in panchina, ma è il miglior allenatore che ho avuto”».

Non tutti gli ex allievi del suo amico Fabio Capello possono dire lo stesso.

«Fabio ha un carattere particolare, ma io lo conosco bene, per me è come un fratello e rimane uno dei migliori allenatori al mondo. Siamo partiti assieme e abbiamo debuttato lo stesso giorno nella Spal».

Il più “pazzo” del gruppo di quella Spal però era Ezio Vendrame, il Piero Ciampi prestato al calcio.

«Un estroso Vendrame, un giocatore tecnicamente impressionante. Per le partite della De Martino della Spal c’erano sempre 5-6mila persone e non gli fregava niente di me di Capello o di Pasetti, venivano solo per lui».

Già, come Pier Paolo Pasolini, con il quale lei ha anche giocato a calcio.

«Pasolini era molto bravo, un’ala veloce, sgusciante. Ci incontravamo a Grado a fine campionato per le sabbiature. Stava sotto la sabbia bollente a più di 55 gradi per venti minuti: impassibile, leggeva… Entrava anche in acqua con un libro in mano, mai conosciuto un intellettuale più sportivo e più colto di Pasolini».

Il giovane Edy invece ha letto poco e studiato tanto una sola materia, il calcio.

«Non ho mai smesso di aggiornarmi andando in giro per l’Europa. E lo stesso vale per un altro “senior” come me, Giampiero Ventura: sarà un ottimo ct per la Nazionale».

Un altro “vecchio” signore delle panchine, Claudio Ranieri, ha appena sbancato in Inghilterra con il Leicester.

«Grandissimo Claudio, ha scritto una pagina di storia che rimarrà nei secoli. Da noi quando un Leicester tricolore? Sarebbe bello, ma è assai improbabile».

E qualche piccolo “miracolo” in tutto questo tempo non l’ha fatto anche Reja?

«Subentrando in corsa negli ultimi quindici anni credo diversi… Penso alla promozione in A sfumata con il Cosenza, e a quella ottenuta invece con il Brescia in cui lanciai un ragazzino di 17 anni, un certo Pirlo».

La vittoria a sorpresa del club che fu di Gino Corioni, scomparso da poco, uno dei tanti presidenti sanguigni con cui ha avuto a che fare.

«Corioni rappresentava la tradizione, il vecchio “padre patron”. A Cagliari ho avuto Cellino, un imprenditore con una competenza calcistica fuori dal comune. Alla Lazio con Lotito non ho avuto grandi problemi, a livello amministrativo è un genialoide, ma sbaglia ad essere così egoreferenziale… La seconda volta che sono tornato alla Lazio voleva che restassi, ma ho preferito andare via e gli ho consigliato di prendere Pioli. Mi ha ascoltato».

Consigli per gli acquisti azzeccati dal più saggio degli allenatori che a Vicenza vide giusto prima degli altri su Luca Toni.

«Quando dicevo che Toni era il miglior attaccante italiano schiena alla porta tanti ridevano…».

Toni è il migliore che ha allenato?

«No, il migliore l’ho avuto alla Lazio, Miro Klose. Un fuoriclasse, al di là del record dei gol segnati nei Mondiali con la Germania».

Klose, gioia, ma anche rimpianto: nel 2012 con il tedesco infortunato per la seconda volta di fila le sfuggì la qualificazione in Champions.

«Se avessi avuto Miro in quel finale di campionato… Ma va bene così, vorrà dire che prima di smettere allenerò una squadra che mi farà ascoltare la “musichetta” della Champions».

Reja dunque non lascia, anzi raddoppia, anche sugli incontri di una vita.

«Il più importante rimane quello con Ayrton Senna. Era un amico, veniva ad allenarsi con me quando ero al Pescara. Il giorno prima dell’incidente avevamo pranzato insieme a Imola e tra un pezzo di formaggio e un’insalata si lamentava della Williams che non andava. Ho saputo della sua morte dalla radio mentre viaggiavo, ho dovuto fermare la macchina… Ora vorrei tanto conoscere papa Francesco, un “fuoriclasse” del genere alla grande squadra dell’umanità mancava da tanto».

  •   
  •  
  •  
  •