Muhammad Ali: l’uomo che mangiava panini, non “negri”

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

Ali

“Avevo appena conquistato la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma. Ero orgoglioso di aver onorato il mio Paese. Una volta tornato negli Usa andai in un locale ordinando un panino. Avevo la medaglia al collo. La cameriera mi disse: “Qua non si servono i negri”. Io risposi: “Io voglio mangiare un panino, non un negro!”. Parola di Cassius Marcellus Clay Jr., al secolo Muhammad Ali. “The Greatest”. Il più grande atleta del secolo scorso, prima che uno dei pugili più forti nella storia di questa disciplina.

Cosa rende grande un essere umano? Probabilmente a rendere indimenticabile Ali è stato il suo saper picconare, abbattere e far sgretolare parte di quel muro socialmente sfinente che era innalzato nella società americana, e in parte occidentale, degli anni ’60-’70. Il rifiuto di partire per la guerra in Vietnam, l’accusa per renitenza alla leva, l’arresto, la privazione dei titoli e del diritto di combatte. E poi l’assoluzione da parte della Corte Suprema. Un atto importante, che apriva un crepa fondamentale nella concezione sociale di società statunitense. Le sue battaglie per il “Black power”. Un idolo controcorrente, prima che un campione del pugilato. Il coraggio di convertirsi all’Islam, in una società cristiana, che con l’acqua santa lo aveva però spesso respinto.

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Un uomo da copertina. Quella di “Sport Illustrated”, ad esempio, che senza esito lo ha nominato sportivo del secolo. Una voce che arrivava nelle case degradate di Louisville, nella Contea di Jefferson, Kentucky. La sua immagine ha saputo restituire qualche minuto di dignità alle donne nere, vessate e umiliate in pubblica piazza, così come ai loro mariti, messi all’uscio se soltanto osavano pensare di condurre una vita dignitosa. Il tutto nel Paese della “democrazia” esportabile. Delle libertà prestabilite e intoccabili. Dei “sogni” e delle traversate su strade innevate, deserte e dilaniate dai miti del Far West.

Le sue battaglie epiche con Foreman. Lo Zaire in sottofondo. “The Rumble of the Jungle”.  La sua Africa, quella richiamata più volte nelle interviste, difesa a spada tratta, portata a galla da quella patina di ghiaccio che il settarismo discriminatorio del tempo aveva imposto. Perché lo sport sa viaggiare, sa superare confini, tempi e modi di vivere. Come quelli per opprimere. Come le nottate di Manila, con Frazier che lotta, Alì che provoca, Frazier che non cede, Alì che lotta e Frazier che alla fine cade sconfitto per KO tecnico. “Thrilla in Manila”, così passerà alla storia. “La cosa più vicina alla morte”, così la ricorda The Greatest anni or sono.

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Quella morte arrivata il 3 giugno, dando forse un importante colpo di coda al secolo scorso. Ma lasciando scolpito nel cuore, nella memoria e nei libri il suo cammino. Costellato da successi. Umani prima che sportivi. Nello cielo degli immortali c’è spazio anche per lui. Era un’estate di tanti anni fa, vagavo accaldato per i programmi notturni dell’etere, e uscì fuori uno splendido documentario su Muhammad Alì. Un peccato non vederlo, una scintilla che ha acceso la mia fiamma di curiosità, e che mi ha permesso di approfondire su di lui. E già questo, nell’era della ricerca seriale di cose poco stimolanti, è a dir poco fantastico. Have a good journey Cassius!

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