Ex calciatrice e opionionista Rai: il calcio in rosa secondo Katia Serra

Pubblicato il autore: Paolo Bellosta Segui

katia serra, commentatrice Rai

Le parole di Katia Serra, ex calciatrice ora commentatrice Rai. Intervista di LetteraDonna.it

Da calciatrice a commentatrice tecnica per Rai Sport. Come è stato questo passaggio?
Tutto è nato, casualmente, nel 2011 dopo aver chiuso la mia carriera sul campo. Volevo diventare allenatrice, visto che avevo già fatto un po’ di esperienza nel settore giovanile. Poi la Rai mi ha chiesto di diventare commentatrice di calcio femminile e ho accettato subito con un entusiasmo.

Katia Serra, oggi è opinionista per Euro 2016 su RaiUno. Come vive questo impiego?
È un’esperienza importante e gratificante. Mi ha voluta il neo direttore di Rai Sport Gabriele Romagnoli che mi ha visto lavorare e scelta per le mie qualità, e questo mi fa ancora più piacere.

Ha avuto qualche difficoltà?
Vivo questo lavoro con molta disinvoltura. Da quando sono bambina partecipo a discussioni calcistiche in mezzo a tanti uomini non mi sento in difficoltà, né inibita.

Cosa pensa del percorso dell’Italia?
Mister Conte ha fatto un lavoro magnifico, peccato per l’epilogo ai rigori, ma questa nazionale ha regalato un sogno che fino a un mese fa sembrava utopia.

Chi potrebbe aggiudicarsi gli Europei tra le quattro semifinaliste?
Mi aspetto una Francia vincente.

Tra i suoi incarichi c’è stato anche quello di Responsabile Settore Calcio Femminile A.I.C. Come considera oggi il movimento femminile in Italia?
Molto arretrato se paragonato a quello che succede fuori dall’Italia. Mi auguro che tutto quello che porta a parlare di ‘donne e calcio’ possa stimolare una crescita perché oggi sono tantissime le bambine che giocano e ce ne sono tante altre che vorrebbero avere la possibilità di iniziare questo sport.

Quali sono le soluzioni per far crescere il movimento?
Servono una programmazione, investimenti e finanziamenti economici, e una struttura dedicata che al momento non esiste perché troppo frammentata. Siamo lontanissimi rispetto al resto del mondo.

Le sportive italiane vivono in una condizione di «dilettantismo imposto». In Europa non è così ma l’Italia resta ai margini.
È necessario un cambiamento. Ci sono sport come il nuoto, la pallavolo e il tennis che non sono considerati da professionisti ma che hanno già le condizioni economiche per esserlo. Il calcio femminile non ha ancora raggiunto lo stesso livello ma se non lo facciamo diventare effettivamente un lavoro rischiamo solo di disperdere talento e qualità. Il professionismo è una direzione da intraprendere subito.

Da calciatrice ha avuto una breve esperienza in Spagna. Lì com’è il movimento femminile?

È stata l’unica stagione sportiva dove mi sono sentita veramente una calciatrice, all’interno di una struttura organizzata.

Che tutele hanno le calciatrici italiane?
Da noi ci sono solo le gratificazioni personali sul campo. Non maturi una pensione, se ti fai male devi avere una tua assicurazione: non siamo tutelate.

Spesso le opinioniste sportive vengono accusate di non capire nulla di calcio. È successo anche a lei?
Il percorso è stato difficile e molto duro perché all’inizio non si spiegavano come mai potessi avere le competenze per parlare di calcio, quindi molti hanno pensato che fossi spinta perché «figlia di» o «moglie di». Non venivo presa sul serio perché nessuno conosceva il mio passato in campo.

Il presidente della Lega Nazionale dilettanti Felice Belloli aveva detto nel 2015: «Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche».
È stato indecente sentire un’opinione del genere da chi governa il calcio. La cosa grave è che in realtà sono tantissime le persone, soprattutto nella dirigenza, che hanno la stessa idea ma non la esternano.

Nel vostro settore sembra uno stereotipo quello di considerare le calciatrici delle lesbiche, mentre sembra sia quasi vietato parlare di calciatori gay. Cosa ne pensa?
Non se ne parla perché ci sono troppi interessi economici da salvaguardare. In Italia avere un’identità sessuale diversa da quello che la Chiesa cattolica ci ha insegnato diventa pericoloso, soprattutto a livello maschile, perché si rischia di far crollare una parte del sistema economico.

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