L’uomo che insegna calcio tra i cinque continenti: la storia del globetrotter Cusin

Pubblicato il autore: Paolo Bellosta Segui

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Riprendiamo l’intervista che Stefano Cusin ha concesso a calcioesteronews.it

Stefano Cusin, tu che hai avuto tante esperienze in giro per il mondo, com’è visto il nostro calcio all’estero?

«Fino a 10 anni fa il calcio italiano era il punto di riferimento principale per tutti gli appassionati del mondo. Di recente, purtroppo, abbiamo perso qualcosa e la serie A si è fatta superare da Premier League e Liga: due campionati che esercitano molto più appeal sulla gente».

 

Ultimamente non si percepisce un maggiore interesse al calcio internazionale grazie all’apertura dei nostri media verso gli altri campionati europei e non solo?

«Ciò è avvenuto per le ragioni che spiegate prima. Quando eravamo noi i numeri uno, non c’era necessità per nessuno, giornalisti compresi, di gettare lo sguardo oltreconfine. Il calcio italiano era un mondo a sé, mentre adesso stiamo scoprendo nuove realtà come l’Islanda. Che sorpresa non è, dato che i suoi successi sono il frutto di un programma di valorizzazione dei giovani iniziato 10 anni fa».

Parliamo adesso della tua esperienza di allenatore globetrotter, cominciando dalla Palestina. Lì, nel 2015, ti sei guadagnato l’appellativo di “mago italiano”. Ma cosa ti ha lasciato dal punto di vista umano?

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«Tantissimo. Per me il calcio è uno strumento di conoscenza e di confronto con realtà e persone nuove: un’opportunità unica per arricchire il mio bagaglio culturale e non soltanto calcistico. Di solito si parla della Palestina in termini negativi, magari per le bombe e per la sua complicata situazione politica. Io e i miei ragazzi dell’Al-Ahli siamo stati bravi a raggiungere risultati straordinari».

La lista dei Paesi dove hai allenato è una piacevole litania. Un elenco lunghissimo che tocca tre continenti e sette Stati diversi. Ci regali un aggettivo per ognuna di queste esperienze?

«L’Africa è misteriosa e affascinante, un terreno vergine per fare sbocciare giovani talenti.
Poi la 
Bulgaria. Difficile, è stata la mia prima esperienza da allenatore di serie A, nel Botev Plovdiv. Quindi la Libia: fantastica. Quando sono arrivato all’Al-Ittihad, la squadra del colonnello Gheddafi, eravamo quinti in classifica a meno nove dalla vetta. Con una rimonta incredibile, grazie alla vittoria nel derby di Tripoli ottenuta di fronte a 90 mila persone, abbiamo vinto lo Scudetto. Era come allenare la Juventus. Un ambiente unico con pressioni incredibili.
Dopo l’Africa, è stata la volta dell’
Arabia Saudita. Lì ho lavorato per la prima volta con Walter Zenga, vivendo un’atmosfera magica. Ma mai come gli Emirati Arabi, il top per chi vuole fare calcio a grandi livelli. Campi perfetti, buoni giocatori sia locali che stranieri, strutture ottime. Infine la Palestina, che rappresenta il sentimento e la passione».

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Parlavi prima di Walter Zenga, che hai affiancato come vice nelle sue esperienze da allenatore in Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Si rincorrono tante voci sul suo futuro. Sfumato il Crotone, è ancora in piedi la pista Southampton. Alla fine dove andrà ad allenare l’uomo ragno?

«Zenga, a differenza di tanti suoi colleghi con un mercato locale e quindi ristretto, è un allenatore internazionale. Avendo lavorato e vinto campionati un po’ ovunque, è aperto a qualsiasi destinazione.».

Rimanendo a Zenga, ha colpito tutti gli appassionati italiani come commentatore tecnico delle partite della Nazionale, a fianco di Alberto Rimedio. Te lo saresti mai immaginato in questa veste?

«Quando l’ho conosciuto, nel 2008, mi aveva colpito molto per le sue abilità comunicative. Walter è sempre stato uno showman, una persona che sa leggere bene le partite e conosce a menadito le caratteristiche tecnico-caratteriali dei giocatori».

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Ti abbiamo visto sul sito della Figc a lezione con Luciano Spalletti. Di che cosa si trattava?

«Sto frequentando il master di Coverciano per conseguire il patentino di allenatore “UEFA Pro”. Una sorta di laurea del calcio con cui ottenere l’abilitazione ad allenare a ogni livello. Per me è un’esperienza fantastica».

Quando ti vedremo allenare in Italia?

«La mia storia parla chiaro. Sono un allenatore che non fa distinzione tra lavorare in patria o altri Paesi. La cosa che conta di più ai miei occhi è di poter lavorare in un contesto stimolante, con obiettivi chiari da raggiungere.».

Sempre in Asia o hai voglia di provare qualcosa di nuovo?

«Dopo 5/6 anni in Africa e altrettanti in Asia, è arrivato il momento di cambiare. Vorrei lavorare in Europa o in un altro continente per confrontarmi con nuove culture. E vincere. Perché il calcio è una scuola di vita: t’insegna che per vincere, sul campo come nella vita, bisogna sempre lottare».

 

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