L’UEFA e Israele ammoniscono i tifosi del Celtic: “No alle bandiere della Palestina”

Pubblicato il autore: Daniele Caroleo Segui

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Il  5 Agosto del 2016, a Nyon, è stato effettuato il sorteggio per i preliminari di Champions League. La squadra scozzese del Celtic di Glasgow se la dovrà vedere con la formazione israeliana dell’Hapoel Be’er Sheva. Fondato nel 1949, il club campione d’Israele nella stagione scorsa aveva già vinto questo titolo altre due volte: nel 1974 e nel 1975. Nelle competizioni europee, invece, non ha mai ottenuto grossi risultati, essendo stato sempre eliminato nelle fasi preliminari dei tornei. Inoltre nel 1974 e nel 1975 la federazione calcistica di Israele era stata da poco estromessa dalla confederazione calcistica araba e, visto che l’aggregazione alla UEFA sarebbe avvenuta solo nel 1994, la squadra di Be’er Sheva non ha avuto neanche la possibilità di partecipare ad una competizione continentale. Ecco quindi che questa partita potrebbe  diventare, per la compagine israeliana, l’occasione storica per poter accedere, per la prima volta, nella fase a gironi della Champions League.

Ma questa partita non è importante solo e unicamente dal punto di vista sportivo, ma riveste anche una certa peculiarità, per certi versi, dal punto di vista sociale e geopolitico. La tifoseria del Celtic, infatti, ha da sempre manifestato vicinanza e simpatia per la questione della Palestina. Gli screzi e i contrasti tra il popolo israeliano e quello palestinese, spesso sfociati in violenti scontri se non in vere e proprie battaglie, sono tristemente conosciuti in tutto il mondo. E questa conflittualità, questo odio profondo, molto spesso si ripercuote anche in ambiti che esulano totalmente  (o almeno dovrebbero) dalle questioni strettamente politiche. E’ il caso, ad esempio, della recente, e più che legittima, denuncia del Comitato Olimpico Palestinese contro le autorità israeliane colpevoli di aver bloccato e sequestrato alla dogana l’abbigliamento, le attrezzature e la bandiera della delegazione olimpica palestinese in viaggio verso Rio de Janeiro.

E proprio in questo contesto le autorità israeliane, a seguito del sorteggio di Nyon, hanno inteso ricordare e sottolineare, a mezzo stampa, che nel corso della trasferta dei tifosi scozzesi in Israele, non saranno assolutamente tollerate le eventuali esposizioni di bandiere della Palestina o di striscioni a favore della causa palestinese da parte dei sostenitori del Celtic.

Io non credo che sarà permesso ai tifosi di esibire bandiere a favore della Palestina. Non capisco inoltre per quale motivo uno scozzese debba andare in Israele con addosso una bandiera palestinese”, ha dichiarato, in merito, un portavoce dell’ambasciata israeliana a Londra. Seguito a ruota poi dall’ufficio esteri israeliano:  “La situazione di sicurezza è tesa ed imprevedibile, ci sono episodi di violenza in Israele, Cisgiordania, Tel Aviv, Gerusalemme, nella zona del porto di Damasco oltre a frequenti scontri tra manifestanti e polizia. C’è il rischio che i turisti o i tifosi in trasferta possano essere coinvolti in incidenti”.

La sfida di ritorno di questo preliminare si giocherà il prossimo 23 agosto. La città di Be’er Sheva si trova ad appena 35 miglia dalla Striscia di Gaza. Una zona, quindi, piuttosto calda e costantemente in stato di allerta.

Israele, tramite i suoi portavoce, ha inteso inoltre ricordare che l’articolo 16, comma 2, del regolamento disciplinare della UEFA prevede  espressamente che “tutte le associazioni e i club sono responsabili per il seguente comportamento inadeguato da parte dei loro sostenitori […] l’uso di gesti, parole, oggetti o qualsiasi altro mezzo per trasmettere qualsiasi messaggio che non è idoneo per un evento sportivo, in particolare i messaggi che sono di natura politica, ideologica, religiosa, offensivi o provocatori .”

E tutto questo a pochi giorni di distanza dal rinvio forzato della sfida di ritorno della Coppa di Palestina, tra Ahli al-Khalil (di Hebron, Cisgiordania) e il Shebab Khan Younis (di Gaza), a causa del divieto opposto “per motivi di sicurezza” dalle autorità israeliane al trasferimento di nove componenti del Khan Younis da Gaza alla Cisgiordania. La partita poi è stata regolarmente giocata, con alcuni giorni di ritardo, grazie all’intervento della FIFA, sollecitata dalla Federcalcio palestinese. Un episodio, questo, tra l’altro più volte accaduto anche nella stagioni passate. Senza dimenticare che, sempre alcune settimane fa, alcuni appartenenti al gruppo ultras della squadra di calcio Betar Gerusalemme sono stati incriminati o per una serie di reati fra cui attacchi a tifosi di squadre rivali, il tentato omicidio di uno di essi, traffico di stupefacenti, nonché detenzione di munizioni militari e di bombe assordanti. Lo stesso gruppo ultras israeliano, noto come “La familia”, si era anche distinto in passato per espressioni di xenofobia nei confronti degli arabi israeliani e per aver lottato contro l’ingaggio nella squadra di giocatori islamici.

Ma il problema principale, per le massime autorità israeliane e, di rimando, anche per l’UEFA, sembra sia essere, al momento, la vicinanza della tifoseria del Celtic alla causa palestinese, manifestata semplicemente con l’esposizione di alcune bandiere o di semplici striscioni di solidarietà. La società scozzese, tra l’altro, già in passato aveva subito delle pesanti sanzioni, comminate dai vertici del calcio europeo, a causa di una coreografia organizzata dalla Green Brigade, il gruppo ultras principale del Celtic di Glasgow, nel corso della sfida di Champions League contro la squadra islandese del KR Reykjavik. In quell’occasione, nel settembre del 2014, a pochi giorni dal termine del violento conflitto tra Hamas e le forze Israeliane, la tifoseria del Celtic aveva esposto, nel proprio settore, numerose bandiere della Palestina. L’UEFA intervenne qualche giorno più tardi e multò la società scozzese in base all’articolo del regolamento disciplinare della UEFA già citato poc’anzi e ritenendo ed identificando la bandiera palestinese come un simbolo politico a tutti gli effetti.

A nulla sono valsi i ricorsi e le richieste di motivazioni scritte della sentenza presentate dai vertici societari del Celtic, unitamente a quelli della società irlandese del Dundalk FC e a quelli degli scozzesi del St Johnstone, multate per il medesimo motivo. Proprio il portavoce di quest’ultima squadra aveva rappresentato alla stampa, a suo tempo, le sue perplessità in merito a questa decisione dell’UEFA, dichiarando e sottolineando il fatto che la stessa non aveva ancora risposto alla richiesta di motivazioni per delle sanzioni così pesanti: “Abbiamo scritto alla Uefa per la seconda volta, non avendo ricevuto alcuna risposta alla nostra precedente richiesta la settimana scorsa, per una copia scritta dei motivi della sentenza. Una volta ottenuto quanto richiesto decideremo come procedere.”

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Ma episodi del genere sono avvenuti anche in Italia. Ad esempio, in occasione della partita di Europa League del novembre del 2012 tra la Lazio ed il Tottenham, la cui tifoseria non ha mai nascosto le proprie posizioni ampiamente fio-israeliane, la società capitolina venne multata pesantemente e venne aperta anche un’inchiesta da parte dell’UEFA a causa dell’esposizione di uno striscione, in curva nord, riportante la scritta “FREE PALESTINE”, lo sventolio di alcune bandiere palestinesi e alcuni presunti cori antisemiti lanciati dai sostenitori biancocelesti.

Le perplessità però permangono ulteriormente quando si è costretti anche a dover constatare una sorta “di due pesi e due misure” adottati per episodi simili. Come ad esempio nel caso della tifoseria dell’Ajax, anch’essa, come quella del Tottenham, dichiaratamente filo-israeliana e che non ha mai nascosto questa sua vicinanza ideologica e politica, sfoggiando molto spesso vessilli e simboli in tal senso o addirittura realizzando delle vere e proprie coreografie con un’enorme bandiera israeliana al centro della stessa. E la società olandese, per altro, non ha mai subito alcun tipo di sanzione per questo genere di iniziative. Come sottolineato anche da Christian Visser, un noto avvocato olandese specializzato nell’ambito prettamente calcistico e sportivo, che tramite Twitter ha criticato aspramente e pubblicamente determinate pene della UEFA evidenziando, per l’appunto, di come i sostenitori dell’Ajax siano noti per la loro identificazione a favore di Israele e della consueta esposizione, da parte loro, della bandiera israeliana durante le partite:E ‘sorprendente che la UEFA imponga una multa per l’esposizione di una bandiera di un paese membro della FIFA e della Confederazione calcistica asiatica. La motivazione basata sul fatto che la Palestina è coinvolta in un conflitto con Israele è assurda. Se si seguisse lo stesso metro di giudizio della UEFA per tutti,  allora anche l’esposizione di bandiere di paesi come la Russia e Israele dovrebbe anche essere sanzionata.

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L’auspicio, in tutti i casi, è ovviamente quello della conclusione, al più presto, di queste assurde polemiche. Anche perché  ritengo, ma è un parere ovviamente del tutto personale, che i vertici del calcio europeo, così come le massime autorità di uno stato sovrano, dovrebbero aver ben altro a cui pensare rispetto a quali bandiere sventolano all’interno di uno stadio.
Ma non tutti sembrano pensarla in questo modo, purtroppo.

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