Orzan: “Impossibile dimenticare Firenze”

Pubblicato il autore: massimiliano granato Segui
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Alberto Orzan, classe 1931 (ha compiuto 85 anni il 24 luglio), è uno dei giocatori che contribuì alla conquista del primo scudetto viola, nel lontano 1956. Arrivò l’estate prima e rimase fino al 1963: in totale 192 presenze e 3 reti.

  • Orzan, come arrivò a Firenze?
    Io arrivai con Virgili (recentemente scomparso,ndr): fui acquistato nel 1954 ma all’inizio ero fortemente contrario. Avevo già esordito con l’Udinese nella stagione precedente: ero titolare e in Friuli stavo veramente bene. Dopo un mese però mi convinsero: era circa metà agosto di quell’anno e la mia unica preoccupazione era di non essere tra i titolari. Nel primo campionato giocai 28 partite e in diversi ruoli: mediano o mezz’ala, come si usava a quei tempi. Bernardini, con l’infortunio di Rosetta scelse me. Nel 1963 poi, smisi di giocare: potevo andare ancora avanti, ma scelsi il lavoro.
  • Come fu il suo debutto?
    Esordii come mediano sinistro. Cervato si fece male e venne sostituito da Segato mentre io giocai al posto di Chiappella contro il Catania come mediano sinistro. Poi segnai contro Triestina, Bologna e Napoli. In quel periodo i partenopei erano ancora imbattuti e tra i pali giocava Bugatti: io svettai su Comaschi e feci gol di testa. A Firenze ho fatto tutto: mi sono sposato, ho avuto figli e sono nonno. Dopo aver appeso le scarpette al chiodo lavorai come rappresentante di materiale elettrico.
  • Com’era la squadra del ’56?
    Tolti Julinho, che era molto eclettico ma umile e bravo, e Montuori, che era un vero e proprio funambolo, erano tutti di medio alto-livello. La nostra forza era l’unione al lavoro, la capacità di stare assieme: si andava sempre fuori a cena, si andava fuori anche se non si vinceva. La vera forza nostra era l’amicizia mentre oggi ognuno sembra pensi per conto proprio. Il calcio attuale non mi entusiasma: si parla troppo di mercato. Mi delude vedere questo.
  • C’è un compagno di squadra che ricorda particolarmente?
    Nell’anno dello scudetto mi viene da pensare a Toros (secondo portiere viola, scomparso nel 2001,ndr): eravamo amici di infanzia: non giocò tanto ma fece belle partite come con l’Inter, gara nella quale esordii come centromediano. Io comunque ero amico di tutti: eravamo coesi.
  • Quando ebbe consapevolezza dello Scudetto?
    Venne progressivamente, visto che non perdevamo mai. Fui dispiaciuto per l’ultima partita: il Genoa ci mise una fisicità eccessiva: oggi comunque non c’è rispetto per l’avversario. In quella partita noi dopo il primo tempo ci lamentammo della condotta dei rossoblu ma il comitato azzurro ci invitò alla calma, perché molti dovevano andare in Sudamerica a giocare contro Argentina e Brasile e non potevano rischiare: temeva ci facessimo del male. L’arbitro ci negò un rigore per un fallo su Montuori: diedero poi un rigore al Genoa e in quell’occasione fu molto furbo Frizzi (attaccante dei Grifoni, ndr) a farselo assegnare.
  • Che ricordo ha di mister Bernardini?
    Bellissimo. Era una persona meravigliosa e un galantuomo. Sarei andato ovunque andava lui. E mi apprezzava per quello che valevo: con lui scoprii molti ruoli. Una volta, reduci da uno 0-0, alla riunione del martedì mi ringraziò davanti a tutti e divenni rosso come un peperone. Bisogna considerare che non era tipo che li faceva. Comunque era un uomo da seguire e una brava persona.
  • Cosa ricorda della festa scudetto?
    Una premiazione eccezionale. Poi furono fatte diverse feste. Per l’ultima gara casalinga, disputata contro la Lazio ci regalarono una Lambretta ciascuno. Oggi i tifosi inventano tante cose per festeggiare lo scudetto. In questo periodo sono stato invitato molte volte e ciò mi riempie d’orgoglio.
  • La chiusura è d’obbligo con la Coppa Campioni della stagione 1956-57

    Ci fu un bell’avvicendamento alla finale. Contro la Stella Rossa fu dura: molti erano nazionali Jugoslavi. Si vinse 1-0 a Belgrado e la difesa fece una bella prestazione: fummo paragonati ai migliori in Italia. In finale si giocò a Madrid: meritammo di andare in vantaggio ma non riuscimmo a segnare. Inoltre Julinho quella volta fu piuttosto in ombra: in condizioni normali forse non avremmo perso quella partita: poi ci fu quel rigore dubbio (fallo di Magnini su Gento, forse fuori area,ndr). Alla fine i giocatori del Real Madrid ci regalarono un orologio ciascuno: io lo porto ancora. Ci fu consegnato alla cena che facemmo tutti assieme dopo la gara.

  • MASSIMILIANO GRANATO
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