Inter, 4 settembre 2006: 10 anni senza Giacinto Facchetti

Pubblicato il autore: Francesco Ippolito Segui

Giacinto Facchetti
Era il 4 settembre del 2006. Giacinto Facchetti da mesi stava combattendo, nella sua ultima partita, contro il suo più grande avversario: un tumore al pancreas. L’Inter, la sua squadra, quel giorno lo ricordò dicendo che “Giacinto Facchetti ci ha lasciato troppo velocemente per non confondere, in questi attimi, il dolore e la rabbia, il senso d’ingiustizia e la preghiera. Ci ha lasciato dopo aver giocato, con determinazione e stile, l’ultima partita. Spinto nel campo del dolore da un destino nascosto, improvviso, bastardo. L’atleta, nella testa e non solo nel fisico, nella morale e nei riti di una vita quotidiana all’insegna della lealtà e dello sport, ha lasciato il posto all’uomo di 64 anni sorpreso, colpito, ferito, ma non vinto. Ha stretto i denti, ha combattuto sorretto dall’affetto dei suoi cari, di Massimo Moratti, di tutta l’Inter e di tutti gli interisti, mai abbandonato dal campionato infinito di amici che aveva, che ha, che lascia attoniti, storditi, in Italia e nel mondo“.

LA CARRIERA – Nato a Treviglio nel 1942, iniziò la trafila nel settore giovanile locale come attaccante. Dotato di grandi qualità fisiche e tecniche, nel 1961 esordì con la maglia dell’Inter. L’allenatore era Helenio Herrera, che lo trasformò in un terzino d’attacco, il primo della storia. Sotto la gestione di Herrera, la squadra nerazzurra fece la storia del calcio mondiale: erano gli anni sessanta della Grande Inter, della famosa filastrocca “Sarti, Burgnich, Facchetti“. Facchetti, con la maglia numero 3 sulle spalle, realizzò la storia del club nerazzurro vincendo: 4 campionati, 1 Coppa Italia, 2 Coppe dei Campioni ed 1 Coppa Intercontinentale. Nel 1965 per un soffio non vinse il Pallone d’oro, arrivando dietro ad Eusebio. Con la maglia della nazionale invece vinse nel 1968 lo storico (e finora unico) Europeo da capitano, concludendo nel 1977 la propria esperienza in azzurro dopo 94 partite. Dotato di grandissima lealtà e professionalità, sempre corretto in campo e mai una parola fuori posto, venne espulso solo una volta, per proteste. Nel 1978, dopo 634 presenze in maglia interista, condite da ben 75 reti (un record per un difensore), appese per sempre gli scarpini al chiodo. Successivamente divenne dirigente dell’Inter, e nel 2004, dopo le dimissioni di Massimo Moratti, assunse la carica di presidente, che ricoprì fino al giorno della sua morte. Pochi giorni prima della sua dipartita, Marco Materazzi gli portò in ospedale il suo ultimo trofeo vinto da presidente, la Supercoppa Italiana vinta in rimonta contro la Roma: “gliel’ho portata, mi sembrava giusto che almeno la vedesse, non era riuscito a sollevarla perché era in ospedale“, disse Materazzi.

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LE REAZIONI DELLO SPORT – Poche ore dopo la scomparsa di Facchetti giunsero da tutto il globo centinaia di messaggi in ricordo del terzino. Il suo compagno di squadra, Sandro Mazzola disse tra le lacrime: “quando ho appreso la notizia della morte di Giacinto ho avuto un nodo alla gola. Abbiamo passato una vita insieme, sono cose che ti lasciamo male. Era una grande figura sia in campo sia fuori. È stato un compagno di squadra meraviglioso, uno dei punti di riferimento della squadra. Sempre pronto a lottare, un grande. Il gigante buono era un soprannome perfetto. Aveva una grande forza fisica ed era molto buono“. Gigi Riva lo volle ricordare dicendo che “è stato il capitano della nostra generazione, del nostro gruppo, con quasi 100 partite in Nazionale. Era una faccia pulita, una persona limpida Purtroppo se ne è andato troppo presto. I nostri rapporti erano ottimi. Sapeva di poter contare su di me e io su di lui, per qualsiasi bisogno. Perdo un amico e un compagno di tante belle avventure“. Il capitano dell’Inter di allora, Javier Zanetti, visto da tutti come l’erede di Facchetti dichiarò: “Giacinto ci mancherà tantissimo, era una persona buona e straordinaria in tutti i sensi. Ha fatto parte e farà sempre parte della storia dell’Inter. È un giorno tristissimo per noi, perchè ci è stato sempre vicino e ci mancherà tantissimo“. Fa rabbia pensare che dei delinquenti, dopo Calciopoli, abbiano provato ad infangarne la sua memoria di uomo corretto e pulito.

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LE INIZIATIVE – Dopo la sua morte l’Inter ritirò la maglia numero 3 e qualche settimana dopo l’UEFA insignì Facchetti con il Presidential Award per il contributo offerto al calcio. In sua memoria gli venne anche intitolato il Campionato Primavera e La Gazzetta dello Sport creò il Premio Giacinto Facchetti per premiare i valori della lealtà e della correttezza sportiva. Nel 2011 il gruppo degli Stadio ha scritto la canzone Gaetano e Giacinto, dedicata anche a Gaetano Scirea (il cui anniversario della morte ricorreva proprio ieri), altro campione di correttezza e fair-play. Proprio ieri, invece, è stata presentata la graphic novelIl rumore non fa gol“, dedicata appunto al numero 3 interista.

IL RICORDO DELL’INTER – Ed oggi, a dieci anni esatti dalla scomparsa di Facchetti, l’Inter lo celebra con un commovente video: “10 anni oggi e un ricordo che ancora commuove. Numero tre, per sempre“. Ma il ricordo più bello resta quello di Massimo Moratti, a poche ore dalla sua scomparsa: “Caro Cipe, non sono riuscito a dirti quello che volevo, per paura di farti capire che il tempo era inesorabile e la malattia terribile. Scusami, ma credo che ti debba ringraziare soprattutto per la pazienza che hai sempre avuto con me. Per i tuoi occhi che sorridevano, fino alla fine, ai miei entusiasmi o all’ironia con cui cercavo di superare insieme a te momenti difficili. Pochi giorni fa, pochissimi, mi parlavi con un filo di voce – e con l’espressione di chi ti vuole bene – dell’Inter, proiettando il tuo pensiero in un futuro che andava oltre le nostre povere, ignoranti, possibilità umane. Qualche mese fa ti chiedevo un po’ scherzando un po’ sul serio come mai non riuscivamo ad avere un arbitro amico, tanto da sentirci almeno una volta protetti, e tu, con uno sguardo fra il dolce e il severo, mi rispondesti che questa cosa non potevo chiedertela, non ne eri capace. Fantastico. Non ne era capace la tua grande dignità, non ne era capace la tua naturale onestà, la sportività intatta dal primo giorno che entrasti nell’Inter, con Herrera che ti chiamò Cipelletti, sbagliandosi, e da allora, tutti noi ti chiamiamo Cipe. Dolce, intelligente, coraggioso, riservato, lontano da ogni reazione volgare. Grazie ancora di aver onorato l’Inter, e con lei tutti noi.

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Oggi il calcio è sporcizia, è business, è sbattere in prima pagina sui giornali i capricci di bambini viziati. Mancano davvero i tempi in cui il calcio era composto da professionisti e uomini. Giacinto era uno di questi. Un grande calciatore, ma soprattutto un grande professionista ed un grande uomo. E se parli di Facchetti, parli di Inter. Il suo ricordo è legato in maniera indelebile alla società nerazzurra. Proprio lui diceva: “ci sono giorni dove essere interista è facile, altri dove è doveroso e giorni dove esserlo è solo un grande onore“. E per me, oggi, essere interista come Giacinto Facchetti è solo un grande onore.

Dieci anni fa ci ha lasciato l’indimenticabile campione nerazzurro e azzurro, il dirigente italiano stimatissimo, il marito, il padre, il nonno. Dieci anni fa ci ha lasciato Giacinto Facchetti, un uomo per bene. Ciao Giacinto, riposa in pace.

 

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