Tomáš Skuhravý: “Negli anni ’90 il calcio più bello. Bagnoli grande uomo. Sarei andato alla Sampdoria”

Pubblicato il autore: Matteo Rosagni Segui

L’ex attaccante del Genoa Tomáš Skuhravý, in una lunga intervista a l’Ultimo Uomo, ha raccontato se stesso ed il calcio degli anni ’90

Tomáš Skuhravý con la casacca dei rossoblu genovesi, nei primi anni '90

Tomáš Skuhravý con la casacca dei rossoblu genovesi, nei primi anni ’90

Nella prima metà dei nineties Genova pareva davvero essere diventata la capitale mondiale del calcio: la Sampdoria, o meglio la Sampd’oro, come viene orgogliosamente ricordata la formazione blucerchiata di quegli anni, vinceva tutto il vincibile, con l’unica dolceamara eccezione della Coppa dei Campioni, persa in finale contro il Barcellona: Mancini, Vialli e compagni, condotti da Vujadin Boskov ed illuminati da Paolo Mantovani, regalavano gioie ai tifosi blucerchiati, inimmaginabili qualche anno prima. Anche dall’altra sponda del Bisagno (il Bisagno è uno dei due torrenti maggiori che attraversano Genova e tale modo di dire ha assunto in terra ligure il significato figurato “dall’altra parte della città”, n.d.r.), quella del Genoa, non se la passavano per niente male: un grandissimo Grifone era stato capace, l’anno dello scudetto del Baciccia, di aggiudicarsi la quarta posizione in Serie A, che era valsa una storica qualificazione per la Coppa UEFA, competizione che l’anno seguente avrebbe regalato ai rossoblu l’enorme soddisfazione di essere la prima squadra italiana a battere il Liverpool ad Anfield Road, accedendo così alla semifinale. In quel Genoa giocavano grandi campioni, tra i quali un attaccante ceco, di nome Tomáš Skuhravý. Nato il 7 Settembre, stesso giorno della fondazione Genoa, ma nel 1965, a Přerov nad Labem, esordì con la maglia del Grifone nel 1990, acquistato dai rossoblu dopo una eccezionale partecipazione ai Mondiali di Italia 90, dove siglò 5 reti, diventando vice capocannoniere del torneo, con la maglia della sua nazionale, all’epoca ancora Cecoslovacchia. Con i rossoblu restò 6 anni, segnando la bellezza di 58 reti nel solo campionato. Quest’oggi Tomáš Skuhravý ha raccontato la sua carriera, parlato di sé e spiegato la magia del calcio degli anni ’90 in una lunga e bella intervista rilasciata a l’Ultimo Uomo.

“I Mondiali di Italia ’90 rimangono i più belli. C’era l’Italia, che in quel momento diventava l’epicentro del calcio mondiale, tutti i più forti giocavano già là, era un sogno.

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I primi giorni al Genoa sono stati traumatici: quando ho letto tutti i giocatori stranieri che avrebbero giocato in Italia dopo il Mondiale, Maradona, Völler, Gullit, Van Basten, mi sono chiesto che ci facessi io. Al Genoa sono stato accolto da grandi persone prima che grandi campioni: Collovati, Bortolazzi, Caricola, gente bravissima che mi ha fatto sentire subito come fossi a casa. Io non parlavo una parola di italiano, loro mi aiutavano, come il presidente Spinelli o Bagnoli. Ecco, Bagnoli era un grande allenatore, un grande uomo: ci faceva giocare come ci allenava.

In quegli anni si giocava il calcio più bello del mondo. Se guardi oggi agli anni Novanta e leggi i nomi degli stranieri di ogni squadra, c’era il meglio del meglio: i tre olandesi più forti giocavano in Italia, così come i tedeschi. Ma anche al Genoa sono passati tanti campioni, a partire da Carlos Aguilera. Con lui ci trovavamo ad occhi chiusi e passavamo un sacco di tempo insieme, anche fuori dal campo.

Dopo il Genoa andai a Lisbona, ma non giocavo, forse mi ero già reso conto che non ce la facevo più. Se mi avesse chiamato la Samp, ecco, sarei andato, non sarebbe stato un problema. Sarebbe stato complicato far passare il messaggio ai tifosi, magari, ma glielo avrei spiegato: è il mio lavoro, se la Samp mi offre un contratto perché non dovrei andare alla Samp? Ma non mi hanno chiamato: perché? Perché avevano un presidente intelligente, che capiva queste cose. E se pure fossi stato il più forte al mondo, non mi avrebbe comunque mai chiamato.

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Oggi cerco giovani, vado in giro, li guardo, se posso li alleno. Sono sempre alla ricerca di uno o due attaccanti che possano arrivare ad alti livelli. Seguo stages in America, in Italia, mi piace lavorare con i ragazzini, penso di potergli insegnare qualcosa. Perché ho la pazienza di stargli dietro, di mostrargli i movimenti ma anche di raccontargli la mia esperienza, sperando che possano trarne qualche insegnamento.

Per come la vedo io stanno troppo sul computer. Quando mi dicono che vogliono diventare giocatori gli rispondo «sì, di playstation!». Il fatto è che gli manca un po’ d’essere cresciuti per strada. Oggi se vuoi trovare un giocatore davvero da sgrezzare, devi andare nei paesi del Terzo Mondo. Oggi non sanno picchiarsi e se non sai picchiarti non vai da nessuna parte. Perché io posso insegnarti la tecnica, ma la felicità di giocare, la grinta, la rabbia, queste sono cose che ce l’hai nel cuore o non ce l’hai”.

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