Carlos Alberto, il capitano del Tri

Pubblicato il autore: Sergio Di Lino Segui
Carlos Alberto

Carlos Alberto Torres, capitano del Brasile Mundial del 1970, bacia la Coppa Rimet.

 

Un suo tiro in corsa piegò definitivamente le ginocchia dell’Italia di Ferruccio Valcareggi, già fiaccata da tre gol, dalla semifinale con la Germania, dall’altura di Città del Messico e dalle balzane – e lungamente discusse – decisioni del suo CT, con riferimento non esclusivo ai famigerati sei minuti di Rivera. Tra le sue mani protese verso il cielo trovò definitivo riposo la Coppa Rimet, promessa in dote alla nazionale che per prima si fosse aggiudicata tre titoli mondiali. E lui, puntuale all’appuntamento con la Storia come all’impatto su quell’invito in profondità di Pelè che gli permise di scaricare il pallone alle spalle di Albertosi, era per l’appunto o capitão do Tri, il leader carismatico – quello tecnico era, neanche a dirlo, O Rei – del Brasile più bello, il Brasile tricampione risorto dalle ceneri dopo la disfatta inglese di quattro anni prima e forte del genio di Tostão, Gérson, Jairzinho, Rivelino. Carlos Alberto Torres, meglio conosciuto come Carlos Alberto, si è spento due giorni fa a Rio de Janeiro, all’età di 72 anni, vittima di un infarto fulminante: per sempre resterà il capitano più amato della nazionale verdeoro, quello della vittoria mondiale più sentita e desiderata dal popolo brasiliano; dopo di lui – parecchio dopo, a dire il vero – sarebbero arrivati o Tetra statunitense di Parreira e della coppia Bebeto-Romário, e o Penta nippocoreano di Scolari e – soprattutto – di Ronaldo, ma nessuna Seleção è rimasta impressa nella memoria collettiva come quella del 1970.

 

Classe 1944, terzino e ala contemporaneamente, Carlos Alberto è stato il degno erede del predecessore Djalma Santos, anzi, se possibile, la sua naturale evoluzione. Ancora più dotato sul piano fisico, sfruttava la propria muscolare esuberanza per arare la fascia destra senza soluzione di continuità: avanti e indietro, decine di volte a partita, sostenuto da capacità aerobiche fuori dal comune per la sua generazione. In quella Seleção di fenomeni, era quasi ovvio che venisse considerato una sorta di gregario di lusso: in realtà, era proprio il combinato disposto tra esuberanza atletica e tecnica da trequartista a fare la differenza. Se dovessimo fare un paragone – giocoforza grossolano – con dei giocatori più vicini ai nostri tempi, Djalma Santos era un Roberto Carlos a fascia invertita, mentre Carlos Alberto è stato l’antesignano di Maicon, in tutto e per tutto. Provando a raffinare il concetto, Djalma Santos era espressione del calcio Paulista, più geometrico e razionale, mentre Carlos Alberto era il supporto muscolare – e tecnicamente congruo rispetto al contesto – al futebol bailado di scaturigine Carioca, malgrado le sue migliori stagioni le abbia vissute, paradosso dei paradossi, proprio in una squadra paulista.

Sia a livello di club che di nazionale, la sua carriera è stata legata indissolubilmente a quella di Pelè. Dopo gli esordi nel Fluminense, Carlos Alberto venne ingaggiato nel 1966 dal Santos, dove rimase otto anni divenendo uno dei più fedeli scudieri di O Rei. Tale sodalizio si riverberò anche nella nazionale brasiliana: incluso nei preconvocati per Inghilterra 1966 ma escluso dalla short list finale, divenne un punto fermo della Seleção all’indomani del disastroso mondiale inglese. Il trionfo messicano fu l’apice della sua carriera, mentre il mondiale del 1974, saltato per il perdurare di un lungo e parzialmente invalidante infortunio al ginocchio, fu il grande rimpianto. Giunto ai trent’anni, e circondato da un certo scetticismo per via delle sue condizioni fisiche, anziché avviarsi verso un mesto cupio dissolvi, colui che era già per tutti o capitão do Tri, e che in virtù di ciò avrebbe potuto permettersi di campare di rendita, ebbe la forza di reinventarsi: tornò al Fluminense, si mise a giocare difensore centrale e conquistò due campionati Carioca consecutivi. Era in predicato per disputare il mondiale argentino del 1978, l’anno precedente prese parte a diverse partite di qualificazione, ma il richiamo dell’amico Pelè era troppo forte: alla fine del 1977 si trasferì ai New York Cosmos, dove tornò a fare coppia con il vecchio compagno del Santos e altri campioni sul viale del tramonto. Molti dei quali hanno voluto ricordarlo subito dopo la sua scomparsa. In particolare Franz Beckenbauer, che in un tweet lo ha definito “come un fratello”.

 

Carlos Alberto si è ritirato dal calcio giocato nel 1982, all’età di 38 anni. Successivamente, ha avuto una carriera di successo anche come allenatore: Flamengo e Botafogo le squadre con le quali ha mietuto i maggiori successi. I due club, al pari di Fluminense e Santos, hanno ricordato il campione e il tecnico con un tweet.

 

Più ricche, ma complessivamente meno fortunate, sono state le sue esperienze da tecnico all’estero: Carlos Alberto ha allenato in Colombia e Messico, ha avuto incarichi tecnici per le nazionali di Nigeria e Oman ed è stato per alcuni mesi commissario tecnico dell’Azerbaijan. Proprio questo è stato il suo ultimo incarico in panchina, bruscamente interrotto da una sconfitta contro la Polonia nel girone di qualificazione mondiale, a margine del quale l’ex terzino si scagliò violentemente contro l’arbitro del match, accusandolo senza mezzi termini di corruzione. Negli ultimi anni, era impegnato come commentatore per SporTV.

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