Maradona good, Pelè better, George Best

Pubblicato il autore: Sergio Campofiorito

Undici anni fa moriva George Best, il migliore

Simply the Best

Simply the Best

L’eternità è mortale nella sua noia. Vi sono territori misteriosi, tra le sfere celesti, in cui si erge uno stadio fatto di luce dove, periodicamente, si scontrano i serafini più alti contro i calciatori più grandi. La nazionale terrestre si schiera con il 4-3-3: Yashin tra i pali; Facchetti, Scirea, Moore e Djalma Santos in difesa; Liedholm, Cruijff, Garrincha a centrocampo; attacco composto da Di Stefano, Eusebio e Puskas. Nereo Rocco, in panchina, può contare, tra gli altri, su Carlos Alberto, Nilton Santos, Altafini, Meazza, Zamora e Sivori. Quando, per i terrestri, le cose si mettono male (l’arbitro, san Giuda, è un po’ di parte e il portiere avversario è in vena di miracoli), Rocco, nel suo classico dialetto friulano, scatena saette smadonnando sotto voce e poi ordina al suo secondo: “Chiamami il migliore”. Tuttavia, “il migliore” non si trova esattamente nei quartieri nobili, alla noia mortale dell’eternità egli ha scelto di godersela nei viziosi gironi che vorticano un po’ più in basso, tra angeli cadute e nettari divini. Teletrasportato di urgenza e malvolentieri in campo, la nuova riserva si affretta così al riscaldamento, si mette contro l’angelo dalla faccia sporca, Sivori, e tra i due parte una gara a chi fa più tunnel all’altro. Secondo la radiocronaca di Sandro Ciotti, siamo nell’intervallo, giusto il tempo per ricordare chi è stato (ed è) George Best, scomparso esattamente undici anni addietro dopo una lunga sofferenza legata ai problemi con l’alcool. “Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i venti minuti peggiori della mia vita”. Nato a Belfast nel 1946, Best è stato il migliore anche come aforista, soprattutto quando doveva descrivere se stesso. Fili di seta gli avevano disegnato il viso gentile e l’oceano notturno gli aveva colorato i capelli, aveva gli occhi riflessi nella pioggia di maggio e la zazzera di un beatle. “Se fossi nato brutto non avreste mai sentito parlare di Pelè”. A soli 17 anni esordisce nel Manchester United e a 22 è già il più grande, Campione d’Europa e Pallone d’Oro. Poi l’autunno, prematuro, inarrestabile, abissale. Calciatore di inarrivabile tecnica, prima di consegnare il pallone al gol usava dribblare anche il proprio massaggiatore. L’aneddoto migliore accade durante un Irlanda del Nord – Olanda, Best prende palla sulla trequarti e, incredibilmente, torna indietro verso il centrocampo dove lo affronta il numero 9 che subisce finta e tunnel, poi scaglia la palla lontana: “Tu sei il più grande di tutti, ma solo perché io non ho tempo”. Il numero 9 era in realtà un magnifico numero 14, solitamente glaciale, rimase turbato a cotanta sfrontatezza. Il suo nome era Johan Cruijff. George era così, un poeta maledetto che ha infiammato il cielo soltanto per un attimo, ma con una folgore tale da oscurare il sole. Quando, nel 1974 lascia Manchester per girovagare nel mondo, è già un ex calciatore. Un talento inaudito, troppo per sopportarlo se non nei rifugi dei paradisi artificiali cagionati da alcool e lussuria,  un personaggio eccessivo, irriverente, pioneristico e quindi contemporaneo; la solitudine dell’ala destra tradotta in versi pedatori di melanconica audacia e peccaminosa perfezione. Best era l’eroe romantico che conosce il destino tragico del proprio incedere e lo persegue pur sapendo di cadere, era l’ineluttabilità della dannazione incarnata e la prova che può esistere il divino anche nelle cose fallibili, come un campo di calcio.

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Finito l’intervallo, alla prima azione Best corre a fare un tunnel al suo compagno Cruijff, poi si volta e vola verso la porta avversaria. E anche gli angeli cominciano a tremare.

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