Intervista esclusiva ad Emanuela Audisio: “Lo sport continuava ad essere un mondo prettamente maschile…”

Pubblicato il autore: Morgana Corti Segui

A destra Emanuela Audisio durante la premiazione come miglior racconto sportivo al Premio Ischia

La domanda non appena leggerete il titolo sarà sicuramente chi è Emanuela Audisio? La risposta la troverete certamente nella seguente intervista, ma prima ecco una breve biografia dell’unica donna ad aver vinto l’ambito premio Gianni Brera.
Emanuela Audisio
è una giornalista e scrittrice italiana, dal 1976 collabora con il quotidiano La Repubblica, è stata una delle prime donne a seguire con regolarità i mondiali di calcio, le Olimpiadi e i mondiali di atletica;  durante la sua carriera ha vinto il Premio della Critica alla nona edizione del Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi ed ha scritto diversi libri : Il Ventre di Maradona e Tutti i Cerchi del Mondo.

Buongiorno signora Audisio, lei è una delle prime giornaliste de La Repubblica. Come si è avvicinata al mondo del giornalismo??

Ho iniziato provando a scrivere, La Repubblica era un giornale che non aveva al suo interno lo sport, ho solamente tentato. Quando ho inviato il pezzo, gli è piaciuto come scrivevo e mi hanno detto di continuare; io nel 1976 studiavo e aveva necessità di “qualche lavoro” e quando avevo tempo passavo in redazione e chiedevo se avevano da fare qualcosa.

Che ricordi ha del primo pezzo scritto?

Non si possono fare paragoni con gli articoli di adesso, ma sicuramente è un bel ricordo. Il mio primo articolo parlava della partenza di Borzov, corridore russo che era stato al centro di numerose polemiche in quel periodo; io ho scritto il pezzo e l’ho mandato con una lettera da Senigallia a Roma con solamente 300 lire, qualcuno l’ha aperto e l’ha pubblicato. Dubito che se oggi arrivasse qualcosa per e-mail, qualsiasi redattore pubblichi il pezzo senza sapere chi è che lo abbia scritto. Io non venivo da una famiglia di giornalisti, bensì da una famiglia di letterati e nessuno ci conosceva.

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Le difficoltà che ha incontrato, essendo una donna in un mondo così prettamente maschile?

Dipende dai tempi… allora a metà anni settanta mi vedevano con curiosità come se fossi una marziana, si gli uomini erano abbastanza accoglienti, anche perché nella “loro superiorità” non si sentivano minacciati, perché lo sport continuava ad essere prettamente un mondo maschile e se di tanto in tanto c’era qualcuno di strano questa cosa li divertiva. Vedevano la donna non come una minaccia. Poi dopo negli ultimi anni la situazione economica italiana è cambiata, in un mondo maschile a parità di umanità e di scelta sceglie spesso un uomo e non una donna perché la donna ormai è vista ai bassi livelli come una nemica.

Quanto è importante per un giornalista sportivo essere presente agli eventi?

È fondamentale anche nell’epoca di internet, la domanda te la faccio io sai di cosa parli o ne parli perché te l’hanno detto o qualcuno te l’ha riferito?

Ha ragione, è importantissimo, quindi ritornando alla domanda precedente essere sul campo è fondamentale e…

“per fare la pasta al forno è più importante cucinarla con mamma e papà o invece è più importante che impari dai libri di cucina?”, è un semplice esempio però ti fa capire cosa intendo spiegarti, tu se impari sul campo e vedi le cose direttamente invece che leggerle sono tutta un’altra cosa.

Tu sul campo conosci le persone e poi ti rendi conto che se sei una persona sveglia ed “assorbi” tutto quello che vedi, senti, sei leggermente facilitata dal punto di vista del racconto. Essendo il mondo sportivo fatto da tante componenti: atleta, allenatore, gente, luogo sportivo, materiale tecnico, dirigenti… ma anche da accessori come: la scarpa, la sciolina per lo sci, la palla. Ci sono tante componenti che ti permettono di descrivere un determinato evento arrivando a trasmettere emozioni nuove al lettore. Ma soprattutto quando sei sul campo conosci le loro facce e loro ti conoscono, quindi in un futuro se li chiami al telefono riescono ad associare il nome alla tua faccia e l’atleta vede te giornalista, con più fiducia perché condividi il suo evento. Se non ti vedono mai e tu non sei mai presente alle gare, agli eventi faticano a vederti come una persona che può raccontare del loro mondo.

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Nel corso degli anni il suo stile si è evoluto, secondo quali influenze?

Si è vero è cambiato, ma io dopo la pubblicazione solitamente non vado a rileggere i miei pezzi quindi non saprei dirle di quanto è cambiato. Io mi reputo più una giornalista universale che una giornalista sportiva, mi sono occupata di tante cose: per 10 anni sono stata alla cronaca di Firenze, ho scritto di progetti, ho parlato dei funerali di Mandela, ma mi sono occupata anche di costume e società, ho fatto tante cose. Penso che il sapere dello sport negli anni 80 era una cosa solamente settoriale, con un linguaggio da specialisti, molto maschile e rivolto ad un mondo che parlava con proprio dialetto, quello sportivo. Nel mio piccolo ho cercato di far capire che il giornalismo non è un piccolo giardino, bensì qualcosa di più grande. Lo sport è un’avventura, è come leggere Omero o l’Odissea, si parte per un viaggio e si compie un tragitto, durante questo viaggio succedono le cose, c’è chi arriva alla fine più felice mentre c’è anche chi non riesce ad andare avanti e si deve fermare. Non è una causa così persa lo sport, può durare 90 minuti, alcuni game, anche 5 set… lo sport non ha bisogno di un linguaggio tecnico così specialistico per trattarlo come aspetto della nostra vita.

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I giornali italiani sono in crisi?

Il Giornalismo mondiale è in crisi, molti giornali sono “partiti”, ora ci sono i social network ed internet con istantanea veloci, fatti per frasi brevi, mentre la lettura di un pezzo di un giornale dovrebbe essere un momento riflessivo e in Italia le prime 15 pagine sono prese sempre dai partiti, sono spesso la degenerazione della politica, nel mondo invece ci sono altre cose. La crisi c’è in Italia ma anche nel mondo perché non ci sono più gli editori puri, ora anche i proprietari dei giornali hanno anche interessi economici e usano il giornale come strumento di propaganda per i propri interessi economici, ma questo in realtà c’è sempre stato. Ma è chiaro che in un momento di crisi, il lavoro del giornalista è pesante e difficile, anche se non siamo dei minatori, ma lo siamo in realtà per la notizia, perché la si deve andare a cercare, si deve scalpitare. Oggi si fa molto al telefono, per ottenere delle notizie devi avere dei collegamenti, devi faticare… così il giornalista è sempre in uno stato di stress, infatti devi controllare le notizie fasulle, devi parlare con le persone e ti prende 24 h su 24.

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