L’intervista di Dzeko? Un attacco a tifosi, media e città! (kondividi se 6 d’akkordo)

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

In quanti leggeranno il titolo soffermandosi solo su quello ed elargendo insulti variegati a sottoscritto? Qualcuno lo farà, per cui al primo andrà in regalo una maglia di Fabio Junior autografata da Cesar Gomez, due tra le star preventivamente osannate in una città che è riuscita a portare cinquemila persona a Fiumicino per accogliere un ancor sobrio Cicinho.

Succede oggi che Edin Dzeko, quel ragazzetto di Sarajevo dai discreti trascorsi con le maglie di Wolfsburg e Manchester City, che magari non sarà Higuain, Messi o Ronaldo, ma che ha dimostrato di sapersi sacrificare per la squadra oltre a segnare gol con una certa costanza, rilasci un’intervista a Il Messaggero. Un’intervista che spiega menadito cosa vuol dire giocare a Roma ed esser circondato da un ambiente ormai a dir poco esacerbato e profondamente cambiato rispetto a quello brontolone, sì, ma focoso e passionale di un tempo.

Dzeko rappresenta forse il massimo esempio (negli ultimi anni) di come si possa insultare e deridere a prescindere un giocatore, nonostante alla prima stagione effettivamente negativa abbia fatto seguito una che per ora lo ha visto timbrare il cartellino per venti volte (cosa rarissima per gli attaccanti della Roma negli ultimi anni) risultando spesso decisivo, come nell’ultima partita contro il Cagliari. “Le critiche fanno parte del gioco, le accetto – ha detto al Messaggero – . Roma è simile alla Bosnia: non ti criticano, ti insultano. Quindi sono abituato. Se lo fanno a casa mia… Fai bene tre volte, ma se alla quarta sbagli, ecco che ricominciano con gli insulti”. Già, una differenza mica da poco. La critica, come ci insegnano sin dalle scuole elementari, è un qualcosa che aiuta a crescere se fatta in maniera ponderata e costruttiva.

L’insulto, di contro, può causare una seria involuzione se “scagliato” contro un soggetto non in grado di reggere la pressione dell’ambiente esterno e già in una condizione di difficoltà. Inoltre, ma anche qui parliamo di principi basilari, il compito del tifoso sarebbe quello – per l’appunto – di supportare la squadra e non di ergersi a vice allenatore, manager, imprenditore e sostituto dei dirigenti. A Roma tutti sanno fare tutto e tutti ne sanno più di chi ricopre determinati ruolo (qualcuno ci spieghi come facciamo ad essere una delle città con il più alto tasso di disoccupazione a fronte di tutti questi specialisti?). Posto che gli aspetti negativi vanno sempre sottolineati e la critica è un qualcosa di fondamentale, come detto, il tutto rischia di divenire una pericolosa arma a doppio taglio quando usata con pregiudizio, faciloneria, presupponenza e quel pizzico di cattiveria gratuita che in questi due anni ha spesso contraddistinto i fischi e gli insulti all’attaccante bosniaco.

Leggi anche:  Dove vedere Brasile-Colombia, streaming e diretta tv in chiaro Copa America?

E infatti: “Io posso solo ricordare quello che ho vissuto e allora mi viene spesso in mente che, se faccio bene tutta la partita e poi sbaglio un’occasione, tutti parlano solo del gol sbagliato. Solo quello. L’anno scorso hanno finito per influenzare anche Spalletti che dopo non mi ha fatto giocare”. Un ambiente che finisce quindi per influenzare anche il campo. Un ambiente che spesso vede troppi galli a cantare nella stessa aia, a difesa del proprio orticello, delle proprie simpatie per un dirigente o un giocatore piuttosto che per un altro e un ambiente che dimentica sovente la prima cosa che andrebbe tutelata: la Roma e il suo cammino. Non ha scordato la gara con il Palermo del febbraio 2016, quella in cui sbagliò un clamoroso gol, verissimo, ma dove ne realizzò due conditi da altrettanti assist (risultato finale 5-0). Eppure quella sera fischi e insulti piovvero feroci, così come le critiche fin troppo spietate nei giorni seguenti: “Quella gara è la foto della scorsa stagione – ha affermato –  di come stavo io, di come stava il mio piede. Davanti a quella palla gol non ero io, non era il mio piede. Davvero, non si può spiegare, non mi era mai successa una cosa simile. E di gol ne ho sbagliati, ma così mai. Poi quella sera ne ho fatti due più due assist, ma nessuno ha parlato di questo. Rimane sempre impresso l’errore”. 

Certo, è indubbio che la passata stagione si sia conclusa in negativo per l’attaccante. Ma è altrettanto inspiegabile il perché a fronte di pochi tifosi pronti a supportare lui e la squadra nei momenti bui (soprattutto in casa, mentre in trasferta la musica cambiava e cambia nettamente, forse per la presenza della Sud?) ci debba essere una masnada di gente dalla lingua biforcuta. Forse la stessa che sullo 0-2 all’80’ lascia lo stadio o la stessa che ai rigori di Roma-Spezia sperava di uscire per far fuori Garcia e poter dire: “Ve l’avevo detto”. Una mancanza di pazienza unita a uno scarso buon senso che ha influito nella trasformazione di numerosi giocatori da uomini mercato a elementi in esubero dopo il loro passaggio nella Capitale. Una mancanza di pazienza peraltro ingiustificata se si considera una bacheca sguarnita e una storia che ha visto primeggiare la Roma sul fronte del tifo, della passione e dell’attaccamento dei suoi tifosi, così come su quello delle storie umane e calcistiche, ma non certo sul fronte delle vittorie e dei trofei conquistati. E in effetti era proprio quell’essere popolarmente viscerali che contraddistingueva i romanisti fino a qualche tempo fa. Il continuo sali e scendi di emozioni, il poco equilibrio e la mitizzazione di personaggi che, di contro, si sono a volte rivelati davvero poco producenti è sempre stato parte del DNA giallorosso, vero, ma il problema è stato quando tutto ciò ha preso il sopravvento.

Leggi anche:  Europei: Raspadori: "Studio anatomia e gioco alla play"

A tal merito è molto interessante il paragone tra Garcia e Spalletti:Sono diversi. Prima di venire qui tanti giocatori mi dicevano che in Italia si ci allenava tanto. Avevo scherzato con Mancini che mi aveva avvertito di prepararmi a correre. E la stessa cosa mi ha confermato Jovetic. Poi sono arrivato a Roma e con Garcia non era proprio come mi avevano preannunciato. Era anche colpa nostra, molti di noi erano stanchi, avevano problemi e anche Rudi non voleva fare molto in allenamento. A quel punto diventava difficile giocare bene per novanta minuti. Dopo settanta minuti eravamo tutti stanchi. Lui doveva essere un po’ più duro – ha commentato – proprio come Spalletti. Bisognava evitare che qualcuno si rilassasse troppo. Questa è una grande squadra che deve vincere sempre e se non sei preparato bene non ottieni nulla. Per questo mi piace Spalletti: lui è tosto e vuol sempre che, sia in partita che in allenamento, si dia il massimo”.

Affermazioni che non richiedono ulteriori approfondimenti, benché per lungo tempo l’ambiente abbia osannato il tecnico transalpino per le ormai celeberrime dieci vittorie consecutive, spalleggiando la sua battaglia per la sfortunata partita contro la Juventus, segnata indubbiamente da discutibili episodi arbitrali, ma che con il tempo è finita per diventare una scusa dove rifugiarsi per ogni nefandezza commessa. Benché Spalletti, nonostante il suo percorso sinora lineare, sia stato fatto oggetto di ripetute “attenzioni” dalla stampa, sfruttando fattori esterni che poco avrebbero a che vedere con il calcio. Sia chiaro, tendenzialmente buona parte del pubblico giallorosso ha sempre avuto nella propria indole la facile lamentela. In passato non vanno dimenticati gli atteggiamenti nei confronti di gente come Delvecchio, ma negli anni la cosa si è acuita a tal punto che ora risulta persino determinante in campo.

Leggi anche:  SerieA, sottosegretario Costa: "Ad agosto la Serie A ripartirà col 25% del pubblico"

E infine un duro attacco alla città, ai romani e a tutta l’ineffabile classe politica (sic!): “Muoversi in macchina diventa un problema: le strade sembrano quelle di Sarajevo dopo i bombardamenti. Si vede che è una città in difficoltà, in crisi. Bisogna investire sulle strade, non si possono abbandonare così”. Speriamo che non leggano né la sindaca Raggi né tanto meno l’opposizione, potrebbe diventare una questione politica in grado di gravare sulle prossime scelte in fatto di grandi opere.

  •   
  •  
  •  
  •