I colpi di testa mettono a rischio la salute dei calciatori? Una ricerca potrebbe dimostrarlo

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Il gol di testa di Ronaldo nella semifinale di Euro 2016 contro il Galles. 


I colpi di testa
ripetuti effettuati dai calciatori durante l’arco della loro carriera potrebbero, a lungo termine, causare loro dei danni cerebrali persino permanenti, come l’encefalopatia traumatica cronica. E’ la conclusione a cui sono giunti dei ricercatori britannici della University College London e dell’università di Cardiff i cui risultati sono stati pubblicati dalla rivista scientifica Acta Neuropathologica: esisterebbe secondo questo studio (il primo nel suo genere) una correlazione tra l’impatto ripetuto con i palloni e patologie di tipo neurologico, tra cui anche la demenza senile.

Lo studio sui colpi di testa nel calcio e il legame con i disturbi neurologici senili

Già nel novembre del 2015 il medico della nazionale scozzese dichiarò alla Bbc che bisognava vietare i colpi di testa nei bambini sino ai 10 anni che giocano a calcio e limitarli pesantemente per quelli tra gli 11 e 13: oggi invece uno studio potrebbe fornire una base scientifica a questi timori.
Si tratta di una ricerca estremamente dettagliata basata sul monitoraggio dell’attività celebrale di cinque giocatori professionisti e di un dilettante che in tarda età hanno manifestato i sintomi di disturbi delle funzioni intellettive.
In seguito, l’autopsia condotta sui soggetti sotto osservazione una volta spirati ha confermato le ipotesi di partenza: in quattro casi erano presenti infatti i segni dell’encefalopatia traumatica cronica, dovuta a traumi celebrali. Questa patologia è tipica dei pugili (non a caso si parla di sindrome da demenza pugilistica) ma anche di atleti del mondo del football americano, rugby, hockey su ghiaccio, arti marziali e così via; parliamo in pratica di sport di contatto dove i colpi di testa – e alla testa – sono eventualità mica tanto remote.

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Ai microfoni della Bbc il professor Huw Morris della  University College London ha così spiegato: “Sono danni che solitamente si riscontrano negli ex pugili, si tratta di alterazioni spesso associate a ripetuti traumi cerebrali. E’ la prima volta che in un gruppo di ex calciatori si evidenzia come colpi subiti in età giovane, determinati dall’impatto di testa con palloni pesanti, hanno poi favorito l’insorgere di patologie senili“.
L’incidenza della encefalopatia traumatica cronica nei quattro soggetti analizzati rappresenta un caso di rilievo se consideriamo che nell’intera popolazione la presenza di questi casi raggiunge il 12%. Questo potrebbe quindi dimostrare come anche i calciatori, con i loro ripetuti colpi di testa, potrebbero essere a rischio di disturbi degenerativi neurologici. E le conseguenze potrebbe essere clamorose: una ricerca del genere potrebbe mettere sotto pressione organi del calcio come le associazioni dei calciatori e stravolgere il mondo del pallone, così come è avvenuto negli Stati Uniti con il caso del neuropatologo Omalu che mise in difficoltà la NFL dimostrando, per primo, il nesso tra i colpi alla testa dei giocatori di football americano e la presenza dell’encefalopatia.

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L’Indipendent cita il caso inglese del calciatore Nobby Stiles, che faceva parte di un gruppo di almeno quattro giocatori della Nazionale albionica che nel 1966 vinse la Coppa del Mondo ed affetti da disturbi di demenza senile. Ebbene, la sua famiglia non ricevette alcun aiuto dal sindacato giocatori ed è per questo che vollero prendere spunto dal caso del loro congiunto (che ha iniziato ad accusare i disturbi dall’età di 60 anni) per avviare una causa per aiutare altri giocatori che dopo una carriera di ripetuti colpi di testa si trovano nella stessa condizione di Stiles.
Ricordiamo che lo studio di cui parliamo oggi scaturì dalle richiesta del figlio di un ex calciatore che si rivolse negli anni 80 al dottor Don Williams, psichiatra a capo dell’Old Age Psychiatry Service di Swansea, per appurare l’esistenza di un nesso tra i colpi di testa effettuati dal padre e le sua demenza. La ricerca del dottor Williams proseguì con il monitoraggio di svariati casi simili al paziente zero, ovvero di persone che in passato giocarono a calcio con continuità (sia a livello professionistico che amatoriale) e che hanno dimostrato di avere dei disturbi neurologici senili.

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La dottoressa Helen Ling del team di ricercatori della UCL ha però avvertito: “Questa è la prima volta che la presenza dell’encefalopatia è stata confermata in un gruppo di calciatori non più in attività.[…]Tuttavia la nostra ricerca è solo all’inizio: abbiamo studiato solo un ristretto numero di ex giocatori con i sintomi della demenza e non ancora non sappiamo quanto è comune questa patologia tra i calciatori“.
Manca ancora infatti la pistola fumante, il collegamento che getti definitivamente un ponte tra i ripetuti colpi di testa e le malattie neurodegenerative, avvertono i ricercatori. Ma certamente è stata fornita una prima evidenza che va confermata con ulteriori indagini, in modo tale da poter correre ai ripari e fornire ai calciatori l’assistenza e le protezioni adeguate che li preservino dai rischi dei colpi di testa.
Ecco infatti cosa dichiara il dottor David Reynolds, direttore scientifico dell’Alzheimer’s Research UK, uno degli enti che richiedono delle ricerche più approfondite:“Bisogna assolutamente proseguire negli studi per capire se ci possano essere dei fattori di rischio di demenza legati ad aspetti del proprio stile di vita come praticare uno sport, e come questi si inseriscano nel contesto di una vita attiva“.

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