La fame ritrovata del Barcellona e la voglia di spingersi oltre il possibile

Pubblicato il autore: Alessio Prastano Segui


Never back down” racconta di un ragazzo, Jake Tyler, che nonostante le difficoltà economiche e familiari riesce a risollevare la sua vita, diventando un campione di pugilato e conquistando la ragazza più bella del liceo.
Il paragone con il Barcellona dell’impesa impossibile contro il Psg non è cosi forzato: come il giovane pugile, ai blaugrana è scattato quel piccolo ingrediente chiamato fame. La fame di chi ha sempre voglia di andare oltre i propri limiti, la fame di coloro che sono intenzionati a gettare la spugna, persino quando il goal del 3-1 può tagliare le gambe e costringerti a dire “è finita per davvero“.

Come Tyler, il Barcellona non ha distolto la mira da colei che è la fidanzata per eccellenza: la Champions League, la competizione in cui un 4-0 può farti gongolare, ma un secondo più tardi è capace di essere il peggior incubo. La coppa dalle grandi orecchie sa regalare emozioni improvvise, spinte di cento mila spettatori che danno il giusto significato al slogan: “Mes que un club“. Si, perchè il Barça, all’apparenza una squadra fatta da undici individualità, ha avuto la forza di ritrovare la compattezza adatta, accomunata dalla fame giusta per aggredire l’avversario e metterlo sotto, dopo soli due minuti di gioco.

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E’ vero, i parigini ce ne hanno messo del loro, ma il gruppo di Luis Enrique ha dimostrato che il ciclo non è ancora giunto al termine, facendo capire alle concorrenti che la fidanzata più bella del liceo è solo una questione che riguarda i catalani, gente orgogliosa, uomini che non sanno cosa vuol dire la parola arrendersi, proprio come Tyler nel film. Dodici ore dopo lo storico goal di Sergi Roberto, i calciofili si sono svegliati ancora storditi, increduli, proprio come lo era Pierluigi Pardo in postazione di commento: “Io non ci capisco niente” ha ripetuto per ben tre volte. Questa è la storia, signori. Questo Barcellona è l’emblema di come nel calcio, nella Champions, come nella vita – dove si affrontano imprese ben più ardue – tutto è possibile: “Impossible is nothing” era il titolo di un brano dei Planetshakers, era lo stimolo vincente di un certo Muhammad Ali, è stato il ritornello più sentito nella testa degli undici dei ragazzi di Luis Enrique.

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Il Barcellona ha fatto la storia, ha raggiunto qualcosa che probabilmente nella storia del calcio non si verificherà più, per lo meno per i prossimi vent’anni, forse anche oltre. Quando sembrava spacciato, la squadra catalana ha avuto il coraggio di oltrepassare i propri limiti, dando fiducia alle parole del proprio allenatore: “Se siamo stati capaci di subire quattro goal, possiamo farne sei“. Si, Luis Enrique era stato profetico, forse grazie ad un sogno fatto nel cuore della notte, o semplicemente è stato il primo a notare la voglia dei suoi ragazzi, la fame che avevano in corpo.

Alla faccia del ciclo finito: il Barcellona è vivo, più di quanto si potesse immaginare. Il Barcellona spaventa ancora, lotta, nonostante quel goal potesse tagliare le gambe, proprio come in “Never back down“. Mai arrendersi, ma incutere timore agli avversari, con gli occhi del leone, con la fame di chi vuol prendersi tutto.
Mes que un club.

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