Sotto la caparra il Milan crepa

Pubblicato il autore: Sergio Campofiorito Segui

Compratore cinese


Dunque, a spizzichi e bocconi, i cinesi stanno comprando il Milan una caparra alla volta e, da oggi, una caparra della caparra alla volta.
Il totale corrisposto, fino adesso, dai misteriosi magnati orientali a Fininvest ammonta a 250 milioni di euro (un mutuo corrispondente a 100+100+20+30), ne mancano altri 400 che dovranno essere versati nelle casse milanesi il prossimo 14 aprile, (ennesima) data fissata per il closing. E’ la solita rottura di scatole cinesi, ossia il passaggio di ingenti capitali da un’azienda a un’altra attraverso banche, uffici, mediatori, broker, azionisti, soci e società, teste di legno e teste di minchia in cui ancora non si capisce chi è che compra chi. I potenziali acquirenti, questi sconosciuti, restano celati dietro un sudario di ombre cinesi su cui ha cercato di far chiarezza la Reuters, storica agenzia di stampa britannica, che si è recata nella sede della Sino Europe Sports cui è a capo il futuro (?) presidente del Milan, Yonghong Li. Una volta a Changxing, nei pressi di Shanghai, i giornalisti hanno scovato soltanto un umile impiegato, molto umano, che, attraverso un sistema di corde e carrucole, muoveva sagome di cartone in controluce come fossero centinaia di impiegati indaffarati. Leggermente insospettiti dal teatrino cinese, i colleghi inglesi hanno chiesto a custodi e dipendenti di altri uffici se avessero mai incrociato un rappresentante della SES ricevendo un laconico “nisba” come risposta che, tradotto dal mandarino antico, suona tipo “Ses vallo a dire a tua sorella“. A questo punto, anche il giornalista italiano più tonto, quindi Elio Corno, si recherebbe alla Fininvest per chiedere spiegazioni o sarebbe la Fininvest stessa a emettere un comunicato stampa per tranquillizzare gli azionisti e, soprattutto, le migliaia di impiegati (per lo più “orgettine” ed ex mogli dell’ex Cavaliere) che ci tengono assai che gli assegni a fine mese siano coperti. Invece, la holding berlusconiana ha commentato soltanto con un autorevole “nisba” che, tradotto dal bauscia antico rende tipo “fatevi i cxxxi vostri o vi licenzio“. Sul never ending closing (espressione inglese dal duplice significato, può voler dire sia finanza creativa che cambiali a tasso zero) si è sbottonato però Piersilvio, non esattamente il più sveglio della cucciolata, che da ras ha dichiarato: “Le caparre cinesi già versate sono più alte di quanto è costata l’Inter“, riuscendo pienamente nel suo intento. Infatti, sui giornaloni, si spreca l’inchiostro sulla battuta ma non su quanto scoperto dalla Reuters.
Osserva tutto interessato, nel senso degli interessi, il noto pizzaiolo Carmine Raiola che sfoglia la margherita assai barzotto al pensiero di un minorenne, ben sapendo che sotto la caparra il Milan crepa. L’uomo, la cui presenza è per i milanisti come un clistere al sangue di Alien, vorrebbe vendere un pezzo di Donnarumma alla Juventus, il tronco e la testa al Chelsea, gli arti al Real Madrid e il restante cavo popliteo ai ristoranti cinesi, mettendoci dentro anche il prestito secco di Mastrotta e il 20% della Mondial Casa. Dalla vendita del giovin portiere, il procuratore ci ricaverebbe l’ennesima smarrellata di quattrini, molti di più di quanti se Gigio restasse al Milan, italiano, cinese o filippino che sia. Nel mezzo, i milanisti vivono settimane di tremebonda attesa, “allietata” dalle necrotiche uscite di Galliani e dall’infausto presenzialismo di Salvini, “supposter” rossonero (e son soddisfazioni).
Intanto, i tifosi rossoneri sono caduti nella sindrome cinese, mandando giù i classici bocconi amari o, se preferite, inghiottini primavera.   

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