Un anno senza Cruijff, frasi celebri e aneddoti sul Profeta del gol

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui

Johan Cruijff
Quando accadono avvenimenti importanti, è sempre possibile individuare un prima ed un dopo.
Gli anni ’60 e ’70 hanno rappresentato un ventennio ricco di cambiamenti sia di carattere sociale che culturale, in cui chiunque fosse stato dotato di spirito creativo ed una mente aperta a nuove visioni avrebbe trovato terreno fertile dove coltivare le sue idee.
Per qualche strana congiunzione astrale, proprio a cavallo di quei due decenni nella terra dei tulipani, l’Olanda, Rinus Michel si sedeva sulla panchina di un Ajax in piena zona retrocessione, con la speranza che proprio le idee del nuovo allenatore potessero riportare in alto il nome dei lancieri. La cura sembrò funzionare fin da subito, tanto che la stagione successiva, dopo essere riuscito a salvarsi, l’Ajax conquistò il titolo di campione nazionale, ripetendosi anche nelle due stagioni successive. In campo europeo invece, dopo aver raggiunto nel ’68 la finale di Coppa dei Campioni poi persa contro il Milan di Nereo Rocco, gli olandesi riuscirono ad inanellare tre vittorie consecutive, dal 1971 al 1973. Emblema di questa squadra, nonché di quel Calcio Totale che stava ormai cambiando per sempre il modo di intendere questo sport, il figlio della lavandaia dell’Ajax, Pallone d’Oro nel ’71, ’73 e ’74: si chiamava Hendrik Johannes Cruijff, anche se per molti è noto come Johan Cruyff, ed un anno esatto fa ci lasciava, sconfitto da un cancro ai polmoni ma consapevole di aver cambiato per sempre il modo di intendere il football.

Johan Cruijff, capacità tecniche e cognitive alla base di tutto

392 goal in 520 partite da giocatore, 242 vittorie su 387 match disputati con sole 70 sconfitte da allenatore: numeri impressionanti ma che non bastano a descrivere la grandezza di quello che è stato eletto dalla IFFHS secondo miglior giocatore del XX secolo, alle spalle di Pelé. Ciò che ha più colpito di Cruijff durante la sua lunga carriera è stato il suo modo di interpretare e vivere il calcio, attraverso un approccio finalizzato alla valorizzazione delle qualità tecniche ma soprattutto cognitive del giocatore.
Proprio a riguardo, ci sono numerosi aneddoti raccontati dall’olandese stesso, come quello che segue:

“Quando ero allenatore dell’Ajax a volte allenavo i ragazzi di dieci anni. Li portavo nel parcheggio, e lì si apprendono tante cose: se ti scontri con un giocatore e cadi sul cemento, ti fai male, ti graffi, senti dolore o addirittura sanguini, e allora devi diventare sveglio, devi imparare a muoverti più rapidamente e decidere più in fretta che cosa fare con la palla o senza. Con questo piccolo accorgimento stai già sottolineando alcuni degli aspetti fondamentali del gioco: posizione, controllo di palla, velocità e concentrazione” .

O ancora:

“Cerco di organizzare tornei di streetball, sei contro sei. Lo faccio proprio per combattere quelli che con la loro visione limitata  e meccanica stanno distruggendo il calcio. E, al tempo stesso, per recuperare lo spirito originale. Sei mi sembra il numero ideale, perché obbliga a concentrarsi di più, ad adattarsi immediatamente alle circostanze del gioco, a cercare appoggi rapidi e corti, a offrirsi, a intervenire, a prendere decisioni senza che ci si possa distrarre da quello che sta accadendo. Le dimensioni sono più o meno equivalenti a mezzo campo regolamentare”.

Alla base di tutto, quindi, la tecnica e l’intelligenza del giocatore, la sua capacità di leggere la situazione e trovare una propria collocazione all’interno del rettangolo di gioco, perché “bisogna tornare alle origini. E le origini ci dicono che, nella maggior parte dei casi, il calcio è tecnica, ed è da lì che si deve cominciare. Questo sport fantastico è stato inventato per divertirsi e, di conseguenza, appassionare. Non certo per correre a casaccio tirando calci a una palla”.

Johan Cruijff, il Pitagora in scarpe da calcio

Cruijff ebbe un impatto talmente tanto evidente sul calcio che Sandro Ciotti, correva l’anno 1976, gli dedicò un documentario che venne proiettato anche nei cinema, il Profeta del Gol.
Oltre al celebre giornalista e radiocronista sportivo italiano però, anche il corrispondente britannico Dave Miller spese parole di elogio nei suoi confronti, in riferimento alla sua bravura nei passaggi e nel vedere i movimenti dei compagni, a tal punto da soprannominarlo Pitagora in scarpe da calcio.

Molto apprezzato anche dai suoi colleghi che hanno visto in lui un esempio da imitare, come dimostrato da Eric Cantona il quale, dopo averlo inserito nella sua squadra ideale, ha aggiunto:“Era un creatore: con il suo modo di giocare a calcio era al centro di una rivoluzione. L’Ajax ha cambiato il calcio e lui ne è stato il leader. Se avesse voluto avrebbe potuto giocare in ogni posizione del campo”.
Sulla stessa linea pure un’altra leggenda di questo sport, Alfredo Di Stefano, che riferendosi al suo modo di muoversi in campo ha detto:“Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse dei compagni”.

La spiegazione di questo suo comportamento in campo la offre Johan Cruijff stesso, spiegando che “è dimostrato statisticamente che in una partita di novanta minuti ciascun giocatore, in realtà, ha la palla tra i piedi per 3 minuti, in media. Quindi la cosa più importante è cosa fai durante gli 87 minuti in cui non hai la palla tra i piedi”.

La sintesi perfetta di quel calciatore pensante che, grazie ad un vero e proprio genio, stava nascendo negli anni ’70 per non abbandonare mai più questo sport, entrando a fare parte di un metodo di gioco volto allo spettacolo, al divertimento, ma anche all’ordine e alla riflessione.

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