Addio al Milan, il tramonto del berlusconismo

Pubblicato il autore: Giovanni Anania Segui

Dopo una trattativa estenuante Silvio Berlusconi ha ceduto il Milan ai cinesi.
Per chi crede che il calcio non sia solo un business, un fatto di marketing, ma anche e soprattutto una questione di cuore è comunque una brutta notizia.
Non solo per i tifosi milanisti, ma per tutti. Anche per chi ha fatto dell’anti-berlusconismo una bandiera. Con l’addio di Berlusconi finisce, definitivamente, la lunga stagione del mecenatismo applicato al football, per lasciare spazio ai manager in giacca e cravatta.
Forse era inevitabile, ma per chi rimpiange le luci a San Siro, il totocalcio, le magliette senza sponsor, i giocatori-simbolo, il calcio d’inizio alla domenica e la coppa delle coppe, rimaste ancora nell’immaginario collettivo, è sicuramente un duro colpo.
Non si tratta solo di nostalgia.
Negli ultimi anni la proprietà di molti club europei (Chelsea, Paris Saint Germain, Manchester City ecc…) è passata agli sceicchi arabi, ai magnati russi e, ultimi arrivati, ai miliardari cinesi, ma i risultati sportivi di queste squadre non sono stati quasi mai all’altezza né ai loro investimenti, né alle conseguenti aspettative suscitate nei tifosi locali.
La recente Waterloo in Champions League del ricchissimo Paris Saint Germain contro il Barcellona ne costituisce solo l’ultimo esempio.
Una piccola consolazione, per chi pensa che i soldi non sono tutto nella vita.
Questo fenomeno non poteva risparmiare l’Italia.
La globalizzazione non risparmia nessuno, purtroppo.
Ma ai nostri club passati in mano straniera (la Roma americana, l’Inter dell’indonesiano Thohir,,,) in termini di risultati sportivi è andata ancora peggio: le loro bacheche sono rimaste malinconicamente vuote o quasi.
Adesso l’Inter, che fu della famiglia Moratti, ci riprova con la Suning, il Milan si affida allo sconosciuto Li Yonghong.
Milano è sempre all’avanguardia, si dirà….
Forse, ma il legame tra la città e le sue due celebri e celebrate squadre di calcio, quelle che vivevano nelle canzoni di Jannacci e Vecchioni, è destinato a spezzarsi per sempre.
In campo scende una legione straniera, in tribuna siede (quando c’è…) un presidente senza radici sul territorio.
Restano sulla breccia solo gli allenatori italiani, perché da noi è difficile rinunciare al catenaccio quanto alla pizza.
Fortunatamente, vien quasi da dire a questo punto.
Senz’altro, Inter e Milan avranno maggiore seguito in un Paese come la Cina in tumultuosa crescita. Si aprono nuovi mercati. Una vera manna per gli sponsor e il merchandising.
Ma se il tifo per la squadra del cuore non è più una questione di campanile, il calcio non è più quello che abbiamo imparato a conoscere e ad amare, ma uno spettacolo al quale si assiste, come nel tennis, “tifando per la partita”. Tutta un’altra cosa….
Berlusconi ha portato nel calcio le sue idee innovative, ma anche tutte le sue contraddizioni. Della felice intuizione che lo ha portato inizialmente ad ingaggiare, per guidare la squadra, uno sconosciuto allenatore di provincia, Arrigo Sacchi, che ha rivoluzionato il calcio italiano, alla prudenza che lo ha indotto ad affidarsi a tecnici pragmatici e conservatori come Fabio Capello e i suoi successori.
Una parabola molto simile alla sua traiettoria politica. Prima protagonista del “nuovo che avanza”, poi strenuo difensore dello status quo.
Nel Presidente del Milan Berlusconi c’è tutto Berlusconi, e tutta la stagione del berlusconismo.
Un’avventura spregiudicata e solitaria, che si è ormai consumata e non ha lasciato eredi.
Né nel Partito che ha fondato, né nel Milan, dove nessuno della sua famiglia ha saputo o voluto raccogliere il testimone.
Non ci sarà una dinastia berlusconiana nel Milan, paragonabile a quella degli Agnelli alla Juventus.
Alla fine dei conti, la cessione del club rossonero ai cinesi è dovuta solo a questo.

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