La Roma e la filosofia dei vinti

Pubblicato il autore: Daniele Martignetti Segui

La filosofia dei vinti è degnamente rappresentata dai romanisti: vincere ed essere comunque eliminati dalla Coppa Italia fa più male di una sconfitta netta.
Considerando poi che la suddetta sia venuta contro i biancocelesti, il dolore si acuisce sempre più sino a diventare un macigno pesante di cui liberarsi al più presto.
Come? E chi lo sa. Vincere lo scudetto ad agosto, vincere la Champions e farla alzare al capitano, vincere la prossima finale di Coppa Italia contro la Lazio. Insomma, chi più ne ha, più ne metta. Perché, ahiloro, il tifoso della Roma ne ha di idee bislacche e la finale del 26 maggio 2013 era una di queste. “Vivete nel passato – sbraitava il romanista medio – e non andate oltre. Questa semifinale sarà la nostra vendetta!”. Vendetta di cosa? Non avrebbe comunque potuto esserci una vendetta per una finale poiché una finale è pur sempre una finale. Le finali rimangono negli albi, sulle figurine Panini, e vivono negli anni a venire sino a quando l’umanità continuerà ad esistere.
E, conflitti a parte, ho sufficienti elementi per sostenere che l’umanità vivrà ancora a lungo.

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Ironia a parte, la semifinale era un memorial-derby: nulla, da quel 26 maggio, sarà più come prima. Il fascino di una coppa alzata in faccia, di un Totti piangente, di un dolore permanente che aumenta dopo quattro anni sebbene il ritorno vittorioso, è – e sarà ancora – il nostro vessillo scritto indelebilmente nella storia. La rivincita non c’è stata. Così dice l’arbitro Rizzoli che sembrerebbe esser avallato anche da alcune immagini televisive ove, nonostante un tre a due, la Roma non avrebbe superato il turno. E che turno, miei cari; la finale era lì, a un passo, e tutti ci credevano. Lo credeva Nainggolan col suo “Vinciamo andata e ritorno”, lo credeva Spalletti per il quale “Passiamo al 60%”, lo credeva una piazza intera che, per motivi a noi incomprensibili, continua a esaltarsi a ogni match rilevante.

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Noi laziali dovremmo ringraziare il nostro Simone che, nell’immediato dopo-Bielsa, si ritrovò ad allenare nuovamente la Lazio. Una Lazio giovane, ricca di suoi ex pupilli che oggi alimentano il potente motore biancoceleste. Da Murgia a Strakosha, da Milinkovic a Keita, “tutti assieme appassionatamente” per osare col lavoro e il sacrificio. È forse questa la nostra forza? Lo diremo a fine campionato. Per ora godiamoci il posto in finale di Coppa Italia e il quarto posizionamento in campionato.
Tra tre giorni ci attende il Napoli. La corazzata di Sarri, fresco vincitore del premio come miglior allenatore 2016, tenterà di allungare sui biancocelesti distanti solo quattro punti (Napoli 64, Lazio 60). La Lazio, oltre a sognare il terzo posto, proverà a blindare anche la quarta posizione da un’Atalanta corsara e vera sorpresa di questo campionato, lontana appena due punti.
Ma Inzaghi non sottovalutò la sfida col Sassuolo sebbene la Roma, non sottovaluterà nemmeno il Napoli. Sa gestirle alla meglio con un buon turn over in ogni settore del campo; e i suoi ragazzi, soprattutto i più giovani – Lombardi, Murgia, Strakosha – lo stanno ripagando come meglio possono con un rendimento al di sopra delle attese.

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