Grande Torino, quando a Superga cadde il mito

Pubblicato il autore: Fabrizio Miligi

Formazione Grande TorinoA Superga, il 4 maggio del 1949, non morì una squadra di calcio: nacque una leggenda granata.

Anni ’40, Torino. I ragazzi, che di sogni vivono, un sogno l’han visto volare via come un airone, fiero e maestoso, di colore granata, con lo scudetto cucito sul petto ed il Filadelfia in visibilio, incredulo.
Chiudono gli occhi, i ragazzi: dalla tribuna di legno Oreste Bolmida, di professione Ferroviere, ha suonato tre volte la sua tromba. Mazzola si rimbocca le maniche, è il segnale. Bacigalupo esce in presa alta su un innocuo traversone avversario, rimette la palla in gioco con i piedi verso il Capitano che la stoppa di petto, con eleganza. A testa alta, avanza e serve largo Ossola, l’ala. Corre veloce Ossola, dribbla due avversari, guarda nel mezzo dell’area di rigore. Il suo Capitano è lì. Il pallone di Ossola sembra telecomandato, è perfetto. Valentino si coordina, esplode il tiro, micidiale. Palla nel sacco, il quarto d’ora granata ha colpito, l’avversario nulla può.

Riaprono gli occhi i ragazzi: sono a Piazza Castello a Torino, quasi le 18. Quasi la stessa ora in cui il loro sogno si è schiantato a Superga, quel maledetto 4 maggio. Intorno a loro, un milione di persone a capo chino. Forse, pensano, meglio chiudere di nuovo gli occhi: 10 novembre 1946. Il Filadelfia rumoreggia, si gioca Torino-Bologna, ottava di campionato. Grezar ha fallito un penalty e le cose sembrano prendere una brutta piega per i granata. Dopo pochi minuti, Castigliano segna dal limite dell’area avversaria con una sassata imprendibile per il portiere bolognese Vanz. Il Grande Torino macina il Bologna per 4-0.
Il presidente felsineo Dall’Ara è imbestialito con i suoi: “Ma siete ammattiti, non sapete che nel Torino segnano anche i mediani? E ne lasciate libero uno! Sapete almeno chi è Castigliano?”
Un mediano con la forza di un tir. Ecco chi era Castigliano.

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Quando riaprono di nuovo gli occhi, i ragazzi vedono Sandrino Mazzola, stretto alla madre, promettere al papà che diventerà un calciatore più forte di lui. O forse lo saluta, semplicemente come un figlio dice addio ad un padre strappato via dal fato.
Vedono il presidente Ferruccio Novo, colui che aveva costruito una macchina perfetta, spietata in campo, ma pur sempre umana, e leggendaria. Non lo sapeva, Novo, che sarebbe partito tutto dall’azienda che fabbricava cinghie ereditata insieme al fratello Mario. Ma ora sapeva, il presidente, di dover salutare i suoi ragazzi per l’ultima volta, di dover dire addio a quei suoi invincibili giocatori, che venivano invitati in tutto il mondo per giocare amichevoli di lusso. Rispettati, temuti, amati. E proprio un’amichevole, con il Benfica, sarà l’ultima partita del Grande Torino. I granata la persero per 4-3: un presagio di sventura, per una squadra che non perdeva mai.

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Riaprono gli occhi, i ragazzi dal vecchio cuore granata. Ora sono uomini, con una grande cicatrice nel petto, ma hanno una grande speranza che batte dentro: sono allo stadio Comunale, è il 16 maggio del 1976. Ultima giornata di Serie A, si gioca contro il Cesena. Il Torino è primo, con un punto di vantaggio sugli eterni rivali bianconeri della Juventus che non intendono mollare lo scudetto per nessun motivo.

Castellini, Santin, Salvatori, Sala, Mozzini, Caporale, Sala (II), Pecci, Pulici, Zaccarelli, Graziani.

Ventisette anni dopo Superga, i nuovi immortali in maglia granata regalano un sogno ai propri tifosi. Dopo tante occasioni da gol sciupate, Paolino Pulici segna al 61esimo con un gran colpo di testa in tuffo, servito alla perfezione da Ciccio Graziani. Un’incornata al destino.
La curva Maratona solleva un grido assordante. “TORO!!! TORO!!!”. Il Cesena però pareggia dopo dieci minuti, ci sarà da soffrire, è nel DNA del Torino.
Ma non succede più nulla fino al 90′, quando Casarin fischia tre volte. È finita. Il Torino è di nuovo Campione d’Italia, la Juventus è caduta a Perugia. Il presidente Pianelli è commosso, sembra di rivedere Ferruccio Novo, alto e trionfante, nella marea granata del Comunale.

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Il bomber Gabetto ha ispirato i gemelli del gol Graziani-Pulici. Bacigalupo ha sicuramente prestato le sue ali a Castellini. Pecci e Zaccarelli hanno imparato bene la lezione tecnica di Ossola e Loik. Castigliani e Rigamonti hanno reso le gambe dei Sala più dure del granito.
E Mazzola, il Capitano, ha sempre scandito il quarto d’ora graata, rimboccandosi le maniche, in cima al Comunale, spingendo il Torino ad incornare qualsiasi avversario senza pietà.
Ventisette lunghi anni dopo Superga, il tricolore di nuovo sul petto, le lacrime di una grande festa. I tifosi in curva, ragazzi e poi uomini, richiudono gli occhi: c’è Novo in tribuna, i loro eroi in campo. Torino guarda tutti dall’alto.

“Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta” – Indro Montanelli

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