Incidenti finale di Champions: alcuni juventini hanno trovato riparo nella sede del Torino

Pubblicato il autore: Alessandro Legnazzi

A Torino è stata sfiorata una tragedia che, a tratti, ricorda l’Heysel. C’è una finale di Champions League di mezzo, l’elettricità positiva è nell’aria e coinvolge tutti. Giovani, anziani, donne. Un popolo bianconero che si muove e respira all’unisono, al ritmo del pallone che poco dopo le 20:45 inizia a rotolare a Cardiff. Com’è lontano il Galles da quella piazza San Carlo gremita. Vista dall’alto sembra un formicaio o un cesto di frutti di bosco appena colti. La Juventus parte forte, sfiora il vantaggio con Pjanic ma Cristiano Ronaldo trova la deviazione giusta (di Bonucci) e porta il vantaggio i Blancos. Ci pensa Mario Mandzukic a regalare l’estasi agli juventini, con una girata che d’antologia.

Nel secondo tempo, il buio. A Cardiff come a Torino, nella Juventus come negli juventini. Il Real Madrid affonda due volte una Signora stanca e avvizzita, è il trifonfo di Zidane e di Cristiano. Il 3-1 siglato dal portoghese, prossimo Pallone d’Oro (che novità…), termina la partita e le speranze del popolo campione d’Italia. Nel mentre, in piazza San Carlo succede il finimondo. Viene dato un allarme bomba cagionato, forse da un petardo, sicuramente da un latrato sordo e terrificante. Il fuggi-fuggi generale porta al caos totale. Le prime file, ignare dell’accaduto nelle retrovie, vengono schiacciate dalla ressa: non si capisce più niente. Il cesto di frutti di bosco è caduto dal tavolo. Le dinamiche saranno chiarite dalle telecamere di sicurezza, ma se è stato uno scherzo finito male va represso penalmente.

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Alfonso, uno degli oltre millequattrocento coinvolti, spiega a Supernews: “Mi considero un miracolato. Sono venuto da Napoli per vedere la partita in piazza San Carlo con la mia fidanzata. Lei è caduta a causa degli spintonamenti, l’ho protetta accovacciandomi sopra: mi sono tagliato i palmi delle mani e ho riportato dei lividi alla schiena per i calci”. A terra c’era un tappeto di cocci di vetro di bottiglia. La birra è stata venduta nel modo meno opportuno. Il tifoso napoletano prosegue aggiungendo un dettaglio: “Appena la mia compagna si è rialzata ci siamo spostati sotto i portici, poi dentro il palazzo della sede del Torino in via dell’Arcivescovado. Ce ne siamo accorti dopo. Una paura così non l’ho mai avuta: pensavamo a un attentato di matrice terroristica. Era la mia prima volta in piazza per una finale, sicuramente non ci andrò mai più, nemmeno per un concerto: abbiamo rischiato di perdere la vita schiacciati dalle altre persone”.

Un racconto che fa capire gli attimi di terrore. Intanto la partita proseguiva, Asensio infilava il quarto gol. In pochissimi astanti l’avranno visto. Dopo quasi ventiquattro ore i bollettini medici continuano ad aggiornarsi. La riflessione che si può fare è relativa allo Stadium, che da luglio cambierà nome. Perché la Juventus non lo ha aperto ai suoi tifosi (abbonati?) come ha fatto il Real Madrid con il Santiago Bernabeu? E’ un impianto di proprietà con dei costi di mantenimento (principalmente il servizi d’ordine), certo, ma che avrebbe convogliato 40mila persone svuotando la piazza. Con molte probabilità, in caso di vittoria della Champions League la Juventus avrebbe evitato festeggiamenti e caroselli per le vie di Torino per rispetto dei feriti.

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