Cristiano Ronaldo si racconta in una lettera a The Players’ Tribune: questa è la ricetta per diventare campioni

Pubblicato il autore: Fabio Sala Segui
Cristiano Ronaldo lettera The Players' Tribune ricetta per diventare campioni

Cristiano Ronaldo lettera The Players’ Tribune ricetta per diventare campioni

Che sia un fenomeno non ci sono dubbi. Cristiano Ronaldo è l’idolo di migliaia di ragazzini e non solo. Forte, anzi, fortissimo. Vincente. E in particolare un esempio anche fuori dal campo: mai una parola sopra le righe, mai una dichiarazione offensiva contro qualcuno. Il prototipo del calciatore modello. Ora lui stesso ci svela i trucchi per diventare un campione proprio come l’asso portoghese del Real Madrid.
In una lettera inviata a The Players’ Tribune Cristiano Ronaldo spiega la sua infanzia difficile e tutto ciò che ha fatto per diventare il giocatore apprezzato che è ora.
The Players’ Tribune è un sito in cui gli sportivi accedono per raccontarsi direttamente ai loro fan senza intermediazioni, con parole loro.

Cristiano Ronaldo lettera The Players’ Tribune ricetta per diventare campioni

C’è una cosa che mi ricordo benissimo di quando avevo 7 anni. La ricordo così bene che potrei disegnarla e mi fa sentire al caldo, riguarda la mia famiglia. Avevo appena iniziato a giocare a calcio seriamente, prima giocavo coi miei amici per le strade di Madeira. E quando dico una strada, non intendo una via vuota, ma proprio una strada. non avevamo gol o altro, fermavamo il gioco quando passava una macchina. Eravamo felicissimi di farlo ogni giorno, ma mio padre era il responsabile del CF Andorinha e mi incoraggiava a ad andare a giocare per le giovanili del team. Sapevo che lo avrebbe reso orgoglioso, quindi andai.

Il primo giorno, c’erano un sacco di regole che non capivo, ma amavo il club. Mi sono affezionato alla struttura e alla sensazione della vittoria. Mio padre era a bordo campo tutte le partite con la sua barba e i suoi pantaloni da lavoro. Lui amava ciò, ma mia madre e mia sorella non erano interessante al calcio.
Così mio padre ogni sera a cena cercava di convincerle a venire a vedere una mia partita. Sembrava quasi fosse il mio primo agente. Mi ricordo che tornavo a casa da una partita con lui e diceva “Cristiano ha segnato un gol!” e loro dicevano “Oh, fantastico”. Ma non erano davvero entusiaste, capite? Poi tornava a casa la volta dopo e diceva “Cristiano ha segnato 2 gol!”. Sempre poco entusiasmo: si limitavano a dire “O davvero bene Cris.” Quindi cosa potevo fare? Ho solo continuato a segnare e segnare. Una notte mio padre tornò a casa e disse “Cristiano ha segnato 3 gol! È stato incredibile! dovete per forza venire a vedere una sua partita!” Ma le partite dopo, quando guardavo fuori dal campo, vedevo sempre mio padre in piedi da solo. Poi una volta durante il riscaldamento vidi anche mia madre e mia sorella. Sembravano…come posso dire? Sembravano accoglienti. Erano abbastanza accalcate e non stavano applaudendo o urlando, stavano solo facendo dei cenni a me, come se fossi in una parata. Sembrava non fossero mai state a una partita di calcio prima di allora. ma erano lì, e questo era ciò che importava a me. Ero davvero felice in quel momento. Significò molto per me. Era come se fosse scattato qualcosa in me. Ero davvero orgoglioso. A quell’epoca non avevamo molti soldi. Era dura in Madeira. Giocavo con le scarpe vecchie che mi passava mio padre o che mi davano i miei cugini. Ma quando sei un bimbo non dai importanza ai soldi. Sei attento a certe sensazioni. E in quel giorno il sentimento era forte. Mi sentivo protetto e amato: in portoghese diciamo menino querido da família. Ricordo con nostalgia quel momento, perché duro poco. Il calcio mi ha dato tutto, ma mi ha tolto presto da casa, prima di quanto non fossi veramente pronto. Quando avevo 11 anni andai allo Sporting Lisbona, e fu il momento più difficile della mia vita.

Adesso è da pazzi pensarci. Mio figlio, Cristiano Jr. ha 7 anni e io sto scrivendo questo. E provo a pensare come mi sentirei prendendogli la borsa tra 4 anni e portarlo a Londra o Parigi. mi sembra impossibile. E sono sicuro che sia sembrato impossibile anche ai miei genitori all’epoca.

Ma fu l’opportunità di inseguire il mio sogno. Perciò mi lasciarono andare, e andai. Piangevo tutti i giorni. Ero sempre in Portogallo, ma mi sembrava di essere in un’altra Nazione. L’accento lo rendeva una lingua completamente diversa. La cultura era diversa. Non conoscevo nessuno e mi sentivo terribilmente solo. La mia famiglia poteva venirmi a trovare solo una volta ogni 4 mesi e mi mancavano molto. Mi mancavano così tanto che ogni giorno era doloroso. Il calcio mi fece andare avanti. Sapevo che sul campo facevo cose che gli altri ragazzini non facevano. Ricordo la prima volta che un ragazzino disse “Hai visto cosa fa quello? è una bestia” Lo sentivo dire sempre più spesso, anche dagli allenatori, ma poi qualcuno disse “Peccato sia così magro!” Ed era vero, ero magrissimo. Non avevo muscoli. Così a 11 presi una decisione: sapevo di avere più talento, ma avrei smesso di giocare come un bambino e di comportarmi come un bambino. Avevo deciso che mi sarei allenatore per diventare il migliore al mondo.
Non so da dove venisse questa sensazione. Era dentro di me. È una fame che non va più via. Quando perdi sei più affamato. Quando vinci sei lo stesso più affamato, ma hai dato un morso. Questo è l’unico modo in cui posso spiegarlo.

Comincia a sgusciare fuori dai dormitoi la notte per andare ad allenarmi. Diventati più veloce e più grosso. Adesso chi diceva “Sì ma è così secco” mi guardava e mi contemplava. Un giorno a 15 anni mi sono rivolto ai miei compagni di squadra e gli ho detto “Sarò il più forte al mondo”. Ci furono risatine. Non ero neanche nella prima squadra dello Sporting, ma ci credevo. 

Quando diventai professionista a 17 anni mia madre non poteva guardarmi per lo stress. Veniva a vedere solo alcune partite al vecchio Estádio José Alvalade, ma passava molti minuti fuori per non guardare. I dottori le prescrissero sedativi giusto per le mie partite. Le ho detto: “Ti ricordi quando non ti interessava il calcio?”

Sognavo sempre più in grande. Sognavo di giocare per la Nazionale e per il Manchester United, perché guardavo la Premier League ed ero affascinato da quanto fosse veloce il gioco e per la folla che cantava. L’atmosfera mi eccitava. Quando diventai un giocatore dello United fu un momento di vero orgoglio per me, ma lo fu anche per la mia famiglia.

Vincere trofei fu emozionante per me. Ricordo la mia prima Champions League con il Manchester, fu super emozionante. Stessa cosa il m io primo Pallone d’Oro. Ma io continuavo a sognare più in grande. Questo è il segreto dei sogni, capito? Ho sempre ammirato il Real Madrid e volevo una nuova sfida. Volevo vincere trofei coi blancos e battere ogni record e diventare una leggenda del club. Negli anni passati ho raggiunto risultati incredibili con il Real. Ma vincere trofei verso la fine della mia carriera suscita emozioni diverse. Specialmente qui nel Real: se non vinci negli ultimi due anni la gente lo considera un fallimento. Questa aspettativa è fantastica. Questo è il mio lavoro.
Ma quando sei un padre queste sensazioni non sai spiegarle. Ecco perché il tempo a Madrid è speciale: qui non sono solo stato un calciatore, sono stato anche un padre.

C’è un ricordo con mio figlio che mi fa sentire a casa. Fu dopo la vittoria della Champions League a Cardiff. Scrivemmo la storia quella sera. Dopo la vittoria ho mandato un messaggio al mondo, poi mio figlio arrivò sul campo per celebrare con me…e fu come uno schiocco di dita. Subito l’emozione cambiò. Correva con il figlio di Marcelo. Abbiamo sollevato il trofeo insieme e abbiamo girato il campo mano nella mano. 
È una gioia che non ho capito finché non sono diventato padre. Ci sono così tante emozioni che si susseguono rapidamente che non si possono descrivere a parole. Posso descriverle nello stesso modo di quando mi stavo riscaldando a Madeira e vidi mia madre e mia sorella al campo. Quando tornammo al Bernabeu per festeggiare, il figlio di Marcelo e il mio giocavano per il campo con tutta la gente che tifava. Una sensazione diversa dalla mia di quando giocavo per le strade probabilmente, ma vorrei che fosse la stessa cosa per lui: Menino querido da família.

Dopo 400 partite con il Real Madrid, vincere è ancora la mia ambizione. Penso di essere nato per quello. ma la sensazione dopo la vittoria è decisamente diversa. Un nuovo capitolo della mia vita. Ho un messaggio inciso nelle mie scarpe Mercurial. Si trova nel tacco destro e sono le parole che leggo ogni volta per ultime prima di scendere in campo. È come un promemoria finale, un ultimo incitamento. “Il sogno di un bambino”. Magari adesso voi capirete. 

In conclusione, la mia missione è sempre la stessa: battere record al Real Madrid. Voglio vincere più titoli possibili: questa è la mia natura. Ma ciò che racconterò ai miei nipoti quando avrò 95 anni sarà l’emozione provata a girare per il campo mano nella mano con mio figlio.

Spero di poterlo fare un’altra volta.

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