La “scomparsa” del numero 10

Pubblicato il autore: Giordano Pizzari Segui


Non ci sono più i trequartisti di una volta…”, quante volte ci è capitato di sentire frasi del genere?! Molte, troppe… Ci sono due aspetti fondamentali da considerare; quello psicologico e quello tattico. Per quanto riguarda il primo, non ci si deve lasciar fuorviare dal sentimento che più facilmente ci pervade, la nostalgia.

Il “si stava meglio quando si stava peggio” è a volte vero, ma va preso con le molle. Come tutti gli sport, anche il Calcio è progredito, fisicamente e tatticamente. Ed è proprio questo il secondo aspetto da considerare, anche più approfonditamente.

Pep Guardiola è stato probabilmente il precursore dell’evoluzione tattica del Gioco del calcio; tiki-taka insistente e, in caso di perdita del pallone, pressione alta esasperata sui primi portatori di palla avversari. Il Barcellona di quegli anni ha, in questo senso, fatto tendenza, dando vita a teams sempre più efficienti in fase di pressing alto sul primo possesso avversario. Logica conseguenza ne è l’arretramento del raggio d’azione dei calciatori con maggior tasso tecnico. Questo fa sì che si richieda sempre con maggior insistenza un portiere che sappia gestire con autorevolezza il pallone con i piedi (Neuer ne è l’esempio più lampante), un difensore capace di impostare l’azione da dietro (iniziò sempre Guardiola con l’arretramento di Javier Mascherano prima, Javi Martinez poi…), ed infine un regista basso dai piedi sopraffini.Spesso, quindi, gli allenatori si sono trovati costretti ad arretrare il raggio d’azione dei giocatori dal maggior tasso tecnico, costringendo molti dei “vecchi” trequartisti, ad adattarsi nella posizione di regista basso. Il maggior esempio è Andrea Pirlo, forse colui che più si avvicina alla concezione di  trequartista che si aveva un tempo. Partendo fin dagli esordi come “10” classico, col passare degli anni, grazie alla sapiente guida tattica di Carlo Ancelotti, è diventato il più classico dei  davanti alla difesa. Esempi più recenti sono Luka Modric, Marco Verratti, Toni Kross, Leandro Paredes, Miralem Pjanic e molti altri ancora.

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Di contro invece, va sempre più di moda la concezione dello “spallettianotrequartista incursore, spesso mezz’ala camuffata, capace di spezzare in due le difese con continui tagli all’interno dell’area avversaria.Anche l’evoluzione fisica del gioco del Calcio fa la sua parte all’interno di questa analisi; nel passato veniva curata maggiormente la tecnica individuale rispetto alla cura del fisico dei calciatori, lasciando spazio ad un gioco più lento e ragionato a fronte di quello più fisico e “arrogante” che apprezziamo al giorno d’oggi, specialmente in Europa. Questo tipo di Calcio faceva sì che venissero maggiormente messe in luce le qualità tecniche a discapito della forza fisica all’interno di un sistema che non prevedeva una pressione esasperante sui portatori di palla avversari.

Calciatori che incarnano questo stile si contano sulle dita di una mano e vanno via via sparendo: da non molto si è ritirato Juan Roman Riquelme, ancora per poco ammireremo le immense qualità del “mago” Valdivia, troppo poco abbiamo apprezzato il talento innato di Cuauhtémoc Blanco, uno dei migliori talenti mai visti in terra messicana. Non a caso, sono citati nomi di talenti cosiddetti “profeti in patria”, in un calcio, quello sudamericano, tutt’ora ancorato a ritmi lenti e ragionati, in cui vengono esaltate le qualità tecniche dei singoli, i quali hanno potuto mantenere una posizione avanzata senza essere “sbranati” dai ritmi moderni europei.
In conclusione, il vecchio numero 10alla Riquelme” o “alla Rui costa” ci sono ancora, ma hanno solamente arretrato il loro raggio d’azione di una ventina di metri.

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