L’equilibrismo di Bonucci, tra scienza e Fedez

Pubblicato il autore: Sergio Campofiorito Segui

E Montolivo muto

E dire che Leonardo Bonucci era entrato in punta di piedi nel pianeta Milan. Acquistato per 42 milioni (o 30 più il cartellino di De Sciglio: sillogismi) per diventare il leader del nuovo Milan cinese, il buon #LB19, da ultimo arrivato, ha avuto l’educata sensibilità di non scombinare il già malsano equilibrio dello spogliatoio, depresso da un lustro di vacche che pascolavano (elegantemente) nei verdi giardini di “Hardcore” e altre vacche assai magre. Molto umilmente, vestito di saio, a piedi scalzi e nutrito esclusivamente di pane raffermo appena ammorbidito da acqua di pozzo, Bonucci ha: 1) sottoscritto il contratto più oneroso della Serie A (7,5 milioni, come il bulimico Higuain); 2) una titolarità quasi per diritto divino; 3) preso la fascia di capitano; 4) scippato la maglia numero 19 che apparteneva a Kessié, mandato elegantemente a raccogliere il cotone; 5) causato il passaggio al modulo (3 – 5 – 2) in teoria a lui più congeniale; 6) ripristinato lo ius primae noctis sulle future spose di Locatelli e Cutrone, ma anche sul quarto marito di Barbara Berlusconi; 7) arrogatosi i diritti patriarcali sul primogenito di Montolivo; 8) ottenuto il pass per Hardcore. Con monacale modestia, il difensore della Nazionale “che sposta gli equilibri” ha subito preso in mano lo spogliatoio, dando al contempo dimostrazione di una non trascurabile ars dicendi: i suoi discorsi demotivazionali prima delle sconfitte del Milan stanno facendo più letteratura dell’autobiografia di Icardi, mentre i continui post sui social network vengono accolti dai tifosi con altrettanta, pudica, sobrietà. Pensieri lillupuziani di un calciatore evidentemente mal indottrinato dal suo demental coach della mutua (uno a caso tra Fedez, Costantino e Spitty Cash) che ha studiato sui baci perugina. Facendo una rapida cernita dei commenti in risposta meno boccacceschi abbiamo: “Monorchide, Interista, Suka, Renziano, Penencefalo espanso“; mentre, dopo un’ardita parafrasi, si riporta anche: “Non ti sputo perché ti improfumo” e ancora: “Non ti rendo oggetto di un atto di sodomia perché ti piace“.
La goccia che ha fatto traboccare la vasella dei tifosi è stato l’ultimo derby perso (3 – 2) con la Steven Bradbury (Giochi Invernali di Salt Lake City, 2002) della Serie A, quell’Inter che mentre gli avversari cascano, prendono pali, traverse, passano la palla a Icardi, scambiano il guttalax col tè caldo all’intervallo, sbagliano rigori e gol fatti si ritroverebbe addirittura (temporanea) medaglia d’oro del girone, se non fosse per Sarri il supremo. Molti addetti ai livori ricordano, sempre con fanciullesca austerità, i grandi capitani del passato: Rivera lasciava parlare (e cantare) la palla; a Baresi bastava lo sguardo per riprendere un suo compagno, o alzava il braccio per intimare al segnalinee di alzare la bandierina e anche Galliani, dopo un fischio appena accennato, gli lucidava la Regata con le orecchie; a Maldini, invece, bastava la classe. Capitani di poche parole e tanti fatti (trofei). Si dice che la vendita di Bonucci abbia indebolito le due squadre interessate: tatticamente, Chiellini era solito azzannare il centravanti fin nella sua metà campo, se la palla ugualmente sgusciava, dell’avversario passava soltanto l’osso sacro, forse un ginocchio, al massimo un incisivo, mai giocatore intero e palla insieme; il senso della posizione di Barzagli, meno esuberante ma assai più scafato del collega, è secondo soltanto a quello di Nicole Minetti, così a Bonucci arrivavano le briciole da sbrigare, preoccupandosi più di impostare che di distruggere. Passato al Milan, si è ritrovato ai fianchi Romagnoli (il suo quasi clone mancino) e Musacchio che possiedono vizi e virtù assai diverse dai rispettivi juventini.
Si spera che Bonucci, almeno per il bene della Nazionale, cambi spin doctor. Con la medesima umiltà che gli si riconosce, si suggerisce l’ex assessore alle attività varie ed eventuali di Roncofritto, Palmiro Cangini: “Fatti, non pugnette“.

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