Nazionale: stemma nuovo, vita Tavecchia

Pubblicato il autore: Sergio Campofiorito Segui

Il nuovo stemma dalla Nazionale

E così, quando ormai è passato anche Godot, almeno diciassette proci, quattro sunniti e un paio di portoricani imbucati hanno impalmato la schizzinosa Penelope cinta da virginea tela e persino Salvini che mentre rutta si è messo a usare il tovagliolo anziché la manica, il presidente della Figc ha finalmente inaugurato il processo di rinnovamento del movimento calcio promesso all’epoca del suo insediamento, avvenuto nel tristemente lontano 2014. Sarebbe stato meglio mai che tardi. E già che l’esordio aveva lasciato ben sperare, tra pensieri accademici (il famigerato mangia banane Opti Pobà diventato titolare della Lazio senza dimostrare il pedigree), standing ovulation (“Nulla contro i gay, ma mi stiano lontano“) e squilli di tromboni (“Tu sei il colera del calcio“, gli ha rinfacciato il sempre desto Lotito dopo che intanto furbescamente lo aveva votato), con insospettabile sicumera Carlo Tavecchio ha appena presentato il nuovo logo della Nazionale Italiana, dando una repentina imbiancata al sepolcro del suo mandato. Lo stemma è pressoché uguale a quello di prima e il Nostro ci tiene a sottolinearlo con l’ennesima supercazzola:  “La nuova identità visiva della Figc, completa un percorso di rinnovamento iniziato tre anni fa, guardiamo al futuro valorizzando la nostra storia. Nel nuovo logo abbiamo reso più visibili le quattro stelle dei trionfi mondiali perché rappresentano l’orgoglio di tutto il Paese.” Il democristiano e quindi cazzaro Tavecchio (già sindaco di Ponte Lambro), come metafora eterna della sua illuminata essenza, ha ribadito in un’immagine il motivo per cui è stato messo lì: cambiare per non cambiare niente, come imparato, appunto, tra i lezzosi banchi della Dc.
Intanto, nel suo bel da fare tra pastelli colorati, puntine da disegno sulla sedia e le merendine che gli frega il ministro Lotti, il novello Giotto si è un attimino confuso sul suo programma che prevedeva “la riforma dei campionati, prospettando una riduzione fisiologica del numero delle squadre professionistiche” (luglio 2014); punto ribadito convintamente nel gennaio 2017: “E pura utopia pensare di dire a quelli del lato destro della classifica di Serie A di ridurre il campionato da 20 a 18 squadre”; finito il vin brulé, Tavecchio ha quindi tuonato la scorsa settimana: “È inevitabile che i campionati professionistici vadano ridotti, e mi riferisco a Serie A, Serie B e, soprattutto, Serie C. Si potrebbe passare dalle attuali 102 squadre a una settantina“. In attesa di rintracciare e quindi radiare chi gli ha tolto le medicine, il collega Mattia Fontana per il portale Eurosport ha condotto uno studio statistico dove si conclude che “per vincere oggi il campionato bisogna imporsi in almeno 28 – 29 gare, mentre per salvarsi non si deve nemmeno ottenere un punto a partita”, ciò a causa dell’evidente livellamento verso il basso della Serie A che ha dopato sia la quota scudetto, sia la classifica cannonieri dove nella scorsa stagione ben sei calciatori hanno sfondato allegramente quota 20 gol (Dzeko, Mertens, Belotti, Higuain, Icardi e Immobile). Il primo ciclo dell’attuale torneo sta andando incontro a tali premesse: dopo sette giornate, tra la prima (Napoli, 21 punti) e l’ultima (Benevento, 0 punti) vi sono ben 21 punti di differenza e Dybala (10 gol), Immobile (9), Dzeko (7) e Mertens (7) viaggiano alla media di più di un’esultanza a partita (riferendosi ai minuti giocati).
Secondo un dogma caro ai democristiani, a pensar male si commette peccato, ma talvolta ci si azzecca: se tra loro ci fosse stato un Opti Pobà forse avremmo già la Serie A ridotta a 16 squadre. Come quando era il campionato più bello del mondo.

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