Roma-Bologna, l’amore che resiste nonostante tutto

Pubblicato il autore: Stefano Severi Segui

Roma-Bologna 28.10.2017

Non mettevo piede all’Olimpico dalla primavera del 2003, un’eternità fa. Nel frattempo sul mondo del pallone sembra che sia passato uno tsunami, tante sono le macerie immense di fronte a quel poco che resta del calcio.

La prima partita di calcio che vidi dal vivo, assieme a mio padre, fu un Roma-Werder Brema amichevole nell’estate del 1987. Rudi Voeller, il “tedesco che vola”, era appena sbarcato nella Capitale e quello era il suo esordio davanti al pubblico amico.

Prima di decidere che il mio percorso personale di tifoso e di curvaiolo dovesse passare per altre strade, l’Olimpico ha segnato buona parte della mia educazione calciofila.

Attraverso le partite dell’AS Roma ho imparato, prima di tutto, ad amare il calcio. Una malattia psicosomatica che tutt’oggi non riesco a cancellare.

Ma non esistono OKI Task o Augmentin per far passare il malessere derivante dall’assistere, oggi, ad una partita della Roma versione 2017/18.
Di certo non arrivo impreparato a ciò che mi spetta. Non sono di certo l’ultimo a sapere le dinamiche degli stadi di oggi e non manca la letteratura su quanto sia diventato asfissiante e repressivo metter piede sui gradoni dell’Olimpico.

Roma-Bologna 28.10.2017

Ma la realtà non coincide mai con l’aspettativa. C’è sempre qualche distorsione aggiuntiva.

Lo sgambetto che mi ha fatto una transenna, scaraventandomi a terra con un intervento a piede teso da cartellino giallo (non punito) è stato un primo avvertimento.

Per tutti, prima dei decreti Amato e compagnia opprimente, il perimetro dello stadio era quella grata continua verde a pochi metri dai gradini che ti scaraventavano nel magico mondo del calcio vero.

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Oggi arrivare in Tribuna Monte Mario da Ponte Duca d’Aosta è un’impresa da podista con tanto di percorso ad ostacoli, come la mia “amica” transenna mi ha dimostrato. Di solito si dice che se per arrivare in un punto vicino in linea d’aria devi fare un giro estremamente tortuoso, vuol dire che chi ha inventato quella strada accidentata non è proprio una cima.

Fosse solo quello. A parte la densità sulla superficie di agenti di tutti i corpi di sicurezza dello Stato degno dell’Uganda o delle zone controllate dalle FARC Colombiane, ho contato 5 occasioni in cui ho dovuto mostrare il mio documento d’identità. In un aeroporto devo fare lo stesso gesto due volte, al varco dei controlli di sicurezza e al gate d’imbarco. Fine del cinema.

Oggi nel mondo del marketing si parla di User Experience, che altro non è ciò che si prova quando si utilizza un prodotto o un servizio. Una buona User Experience (che può essere una bella serata al ristorante o un viaggio rilassante) aiuta a rendere felici e a vivere meglio; una cattiva User Experience rende la vita amara e, scatenando reazioni nefaste a catena, sparge energia negativa per il mondo.

Credo che andare all’Olimpico oggi sia una delle peggiori User Experience del suolo italico. I prezzi sono improponibili persino nei settori più popolari (una curva, per questo Roma-Bologna, costa ben 25€, più diritti di prevendita), la visuale pessima (ma questa non è una novità e in passato non ha mai scoraggiato nessuno), i controlli lenti e sgarbati, le multe per i motivi più assurdi una prassi (vedasi le sanzioni comminate in Curva Sud ai ragazzi che “osano” lanciare in balaustra i cori a sostegno della squadra), il livello delle squadre avversarie – nel più dei casi – indegno del blasone della Serie A, i settori ospiti sempre più vuoti.

Roma-Bologna 28.10.2017

Insomma, quando ci chiediamo perché la gente scappa dagli stadi, basta fare un giro all’Olimpico per capirlo.

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So di non dire nulla di nuovo, ma non mi abituerò mai a ciò che questo sport è diventato. A cosa sta diventando tutto lo sport in generale. A cosa è diventata Roma.

Io mi ricordo una Sud perennemente piena di tutti i suoi abbonati (e non di abbonati part-time, come accade oggi) e con tanta gente che scavalcava dai settori adiacenti (ben più cari) per tifare la squadra insieme ai gruppi ultrà. Ricordo gli strappabiglietti (perché gli steward erano solo quelli degli aerei) che ti facevano entrare gratis se vedevano che eri un pischello. Ricordo le tantissime bancarelle imbandite di sciarpe e bandiere che facevano affari d’oro. L’incontrarsi, camminando all’esterno tra un settore e l’altro, con amici e conoscenti era la norma. Le macchine si potevano parcheggiare vicino, per quanto i parcheggiatori abusivi non mancassero mai. I tram strapieni di gente già da un’ora e mezzo prima del fischio d’inizio. Le esultanze ai gol spontanee e sentite, senza “l’obbligo sociale” di urlare il cognome del marcatore. Abbracci veri con persone conosciute e sconosciute ad ogni rete segnata, e non selfie e video a go-go. Ricordo 40.000 spettatori minimi fissi anche quando la Roma faceva veramente schifo (che poi non so perché abbino sempre quest’idea al periodo di Carlos Bianchi).

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Non parlo di un secolo fa, ma di una metamorfosi rapida e spietata che non ha giovato a nessuno.
Il risultato sul campo era scontato, ma la Roma ha sofferto più del dovuto.

Mi sono riscoperto a gioire al gol di El Shaarawy, a canticchiare l’inno, a guardare con avidità bandieroni e stendardi in Sud ed anche in Nord. Ho ascoltato con piacere i picchi dei cori della Curva Sud e teso l’orecchio per percepire il tifo dei (pochi) sostenitori bolognesi.
Insomma, nonostante tutte le negatività di cui ho appena accennato, il fanciullo con la sciarpa della Roma che veniva allo stadio mano nella mano con suo padre è riemerso per una sera.

Forse è vero, essere ciò che siamo vuol dire mantenere per sempre qualcosa di immutabile ed unico dentro di noi, permeandolo dalle insidie del mondo esterno, qualunque esse siano.

Per una sera ho rivissuto sensazioni piacevoli, alla faccia di chi ha reso una partita di calcio l’inferno in terra.
Questo è ciò che mi rimarrà di questo Roma-Bologna.

Stefano Severi

 

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