Calcio e mafia, una connessione legata dal denaro e dal potere duratura nel tempo

Pubblicato il autore: Peppe Fiorino Segui

Negli anni si sono scoperte infiltrazioni mafiose in società di calcio di ogni Serie

Il filo che lega calcio e mafia passa dalle serie minori alle serie maggiori, toccando anche la Serie A in diversi casi, e a tenerlo in piedi è la sete di potere e denaro che quello che è considerato lo sport più bello del mondo dalla maggioranza può offrire. In questi ultimi giorni si è assistito all’indagine con conseguente ascolto del Presidente del Napoli De Laurentiis in merito alla questione di biglietti gratuiti elargiti a tifosi ritenuti vicini alla Camorra, archiviata oggi in seguito proprio all’audizione del numero uno della società partenopea. Negli ultimi tempi ci sono state altre indagini che hanno coinvolto la Serie B per gare truccate dalla criminalità organizzata campana, con coinvolgimenti anche di giocatori che attualmente militano in Serie A, e il polverone che ha destato scalpore sulla questione riguardante i rapporti tra Andrea Agnelli, Presidente della Juventus, alcuni elementi del tifo organizzato e personaggi legati alla ‘Ndrangheta calabrese.
La storia d’amore tra il calcio e la mafia, però, non è una questione di questi anni, ma va avanti da ormai molto tempo e molto spesso non ottiene il giusto risalto mediatico che un problema così importante dovrebbe avere. In alcuni casi desta stupore e scalpore per qualche giorno, poi il calcio giocato torna a farla da padrone e ci si dimentica di quanto accaduto in precedenza, oppure rimane circoscritto nell’ambito dei media del territorio in cui il fatto accade e non ha risonanza nazionale, altre volte non se ne accenna nemmeno. Molti pensano che queste faccende siano riguardanti solo il sud, ma in realtà il nord ha i suoi esempi, anche clamorosi, come il caso Sanremese.
Il tifo organizzato a volte ha il suo ruolo all’interno di queste logiche, alcuni tifosi inclini alla violenza vengono usati da questo o quel clan come manovalanza. Poi ci sono i rapporti tra calciatori e boss o figli di esponenti di mafia: emblematico è il caso dell’ex calciatore di Fiorentina, Juventus, Lecce e Palermo Fabrizio Miccoli, accusato e condannato lo scorso ottobre per estorsione, finito qualche anno prima nella bufera per un intercettazione in cui parlando con il figlio di un boss palermitano con cui aveva fatto amicizia pronunciò la frase: “Ci vediamo vicino all’albero di quel fango di Falcone“, esprimendo un’offesa verso il magistrato simbolo della lotta alla mafia assassinato a Capaci il 23 maggio 1992 insieme alla moglie e alcuni agenti della scorta. Non è il solo calciatore che ha militato nella massima serie ad essere stato coinvolto in indagini riguardanti organizzazioni criminali: anche Vincenzo Iaquinta, campione del mondo nel 2006 con la Nazionale italiana, e Giuseppe Sculli, per frequentazioni poco raccomandabili; Sculli, che è nipote del boss della locride Giuseppe Morabito detto “u tiradrittu”, fu indagato per gli incontri che ebbe con una persona molta vicina a Massimo Carminati, ex NAR arrestato per Mafia Capitale, e con lo stesso Carminati (si sarebbero incontrati almeno una volta).
Le associazioni a delinquere di stampo mafioso spesso diventano proprietari delle società di calcio, sono famosi alcuni casi in serie minori, come la Serie D o l’Eccellenza, ma anche in Lega Pro come dimostra il caso già citato della Sanremese dove il presidente e l’amministratore delegato nel 2011 vennero arrestati con l’accusa di estorsione: si sarebbero affidati a tre uomini legati alla criminalità organizzata per convincere alcuni giocatori a lasciare la squadra.
Da non dimenticare il caso Lazio, anche se oggi gli occhi sono puntati sulla curva laziale dopo le figurine di Anna Frank con la maglia della Roma, quando fu arrestato Giorgio Chinaglia, un simbolo biancoceleste, che tentò la scalata per acquistare la società con un gruppo di imprenditori legati al famigerato clan dei casalesi. Diventare proprietari di società di calcio significa per le mafie acquisire potere, radicarsi ancora di più nel territorio, acquisire maggiore consenso (essendo lo sport più seguito) e poter riciclare denaro sporco. Un’inchiesta emblematica è quella chiamata Dirty Soccer, che ebbe diversi filoni e che portò a condanne e punti di penalizzazione in varie parti d’Italia in alcune serie dilettantistiche e minori. Da non dimenticari i vari scandali riguardanti il calcioscommesse, con le mafie sempre in prima linea, calciatori e dirigenti finiti nella bufera e in alcuni casi agli arresti, oltre ad essere squalificati (ad esempio il giocatore Izzo del Genoa).
Ci sono anche le questioni legate all’ingresso allo stadio di personaggi di un certo spessore criminale, il più incredibile episodio è quello raccontato da un collaboratore di giustizia secondo il quale il latitante più ricercato, il capo di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, sarebbe andato allo stadio “Barbera” di Palermo con tanto di sciarpa rosanero per assistere a Palermo-Sampdoria il 9 maggio 2010, gara che fu una sorta di spareggio per l’Europa che conta.
Vari personaggi illustri del mondo del calcio hanno affrontato questo problema, tra cui Damiano Tommasi dell’AIC, ma ad oggi i risultati sembrano non aver dato grandi frutti, forse dovrebbero fermarsi a riflettere su come risolvere un problema diventato sempre più grande con il passare degli anni.

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