La notte più lunga dell’Italia

Pubblicato il autore: Luca Vincenzo Fortunato Segui

Stasera si è consumata, sportivamente parlando, l’Apocalisse nel rettangolo verde di San Siro. L’inno nazionale a 10 dalla fine come una preghiera silenziosa, prima che il muro gialloblu oscurasse il cielo azzurro verso Russia 2018. Infatti l’Italia, nell’arco dei 180 minuti, non si è fatta operaia, non ha vestito i panni dei giovani di Berlino nel 1989, non è stata affamata a tal punto da superare gli svedesi. Frenetica nell’animo, prevedibile nei passaggi: la squadra di Ventura ha chiuso un ciclo disastroso, glitterato nel filotto iniziale ma sporcato dalla dura realtà del Bernabeu. Una sconfitta indelebile perché ha toccato le corde inconsce dello spogliatoio, annebbiando totalmente le fantomatiche idee del tecnico e il patto con i suoi giocatori. Le deludenti prestazioni con la Macedonia e l’Albania hanno disegnato una linea a picco, culminato con il punto più basso che si potesse toccare. Il fondo che ci riporta indietro di 59 anni, nel lontano 1958, quando non accedemmo ai Mondiali proprio nella ‘dannata’ terra svedese. In quel caso la struttura per l’accesso fu diversa (un girone eliminatorio con Irlanda del Nord e Portogallo), ma si pagò anche lì l’errore di un allenatore, Alfredo Foni, che schierò in quel caso cinque punte in una partita da pareggiare. Un po’ come il surreale 4-2-4 di Giampiero Ventura al Bernabeu o il 3-5-2 di questa sera con un redivido Gabbiadini, vicino ad un attaccante abituato a giocare da solo nell’area, Ciro Immobile. Modulo e uomini sbagliati, schierati da un allenatore fatto salire, con modalità tipicamente italiana, sul carro dei vincitori ancor prima del termine delle qualificazioni. Coccolato con un possibile rinnovo fino al 2020, Giampiero Ventura è tornato alla dura realtà questa sera, divenendo il “nemico pubblico dell’Italia”. Il cosiddetto capro espiatorio che accumula tutti i mali del Bel Paese. Uno dei quali, l’indennizzo di circa un milione e mezzo, verrà risparmiato, dato che nel prolungamento c’era la clausola inequivocabile dell’approdo a Russia 2018. Ma ne valeva davvero la pena? Assolutamente no. Infatti con la disfatta salutano i Mondiali Barzagli, ma soprattutto Buffon, pronto ad appendere i guantoni al chiodo a fine stagione. Un addio doloroso per il capitano della Nazionale, divenuto stato d’animo di un Paese intero con le sue lacrime ai microfoni di Rai Uno. Gesto semplice e sincero di un grande uomo pronto a chetare i fischi durante l’inno degli ospiti e a gettarsi nella mischia negli ultimi corner per regalarci un sogno. Purtroppo però i miracoli sportivi si avverano col contagocce e stanotte, nel cielo di Milano, è regnato una nube oscura, carica di rimpianti e dolori all’italiana.

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