Napoli, Roma, Juventus ripartono in campionato dopo la Champions League. Che eredità ha lasciato la campagna Europea?

Pubblicato il autore: Giovanni Smaldone Segui

Anche la quarta giornata di Champions League è andata in archivio portando in dote al calcio di casa nostra un pareggio, una vittoria e una sconfitta. Tre risultati diversi che lasciano molti spunti di riflessione in vista dell’imminente ripresa del campionato.

Partiamo dalla Roma: quanti di noi avrebbero scommesso su Eusebio Di Francesco ad Agosto? Via Spalletti, via Salah, ADDIO DI TOTTI!! Allenatore non abituato ai grandi palcoscenici e soprattutto catapultato in una delle realtà più difficili del calcio di serie A. La strada sembrava segnata e avrebbe portato ad una stagione di transizione e priva di risultati importanti. E invece al 3 Novembre Roma prima nel girone di Champions davanti ad Atletico Madrid e Chelsea. La prima abituata ad andare avanti in Champions con facilità ormai da anni, la seconda spinta dal furore agonistico del suo allenatore era destinata a fare grandi cose in europa. La Roma le ha messe dietro entrambe, estromettendo quasi del tutto gli spagnoli e prendendo a pallate i londinesi in entrambe le partite. Togliamoci non uno, ma dieci cappelli davanti all’allenatore di Pescara che ha dimostrato a tutti che con le idee e tanto tanto lavoro si possono fare grandi cose.

Ha tracciato una strada ben precisa quando ha accettato di ritornare nella “sua” Roma. Sapeva che ci sarebbe voluto del tempo e ha lasciato parlare i soliti detrattori, pronto a smentirli con i fatti. Un’idea di calcio estremamente europea a dispetto della sua totale inesperienza nelle competizioni internazionali (al netto dell’Europa League con il Sassuolo). Tanti giocatori coinvolti dall’inizio nel progetto (almeno 18) che si sono alternati con estrema regolarità; molti storcevano il naso quando ha arretrato Nainggolan dicendo che avrebbe segnato di meno e la Roma ne avrebbe risentito. E invece il belga trascina la squadra e lo fa partendo da 30 metri più indietro e con la sua grinta e ottima tecnica riesce a collegare perfettamente la difesa e l’attacco. El Shaarawy sembra essere risalito sul treno dei predestinati da cui era sceso dopo un inizio di carriera brillante. Il capolavoro europeo va di pari passo con un campionato di altissimo profilo dove i 24 punti (27 potenziali visto il recupero con la Samp) sono anche pochi se si pensa al modo con cui sono arrivate le due uniche sconfitte stagionali contro Inter e Napoli. Solo complimenti per la Roma e per Di Francesco in particolare, in grado dare alla sua squadra solidità, concretezza e consapevolezza. Chapeau.

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La Juventus lascia Lisbona con tante recriminazioni. Osando un po’ in più avrebbe potuto vincere la partita e chiudere con due turni d’anticipo la qualificazione e invece si è complicata la vita con un calendario molto spinoso che prevede l’ultima partita ad Atene (probabilmente decisiva) tra due scontri diretti in campionato (Napoli prima, Inter dopo). Ormai siamo al quarto anno di Allegri e la strada tracciata dall’allenatore livornese sembra chiara. Partenza lenta, tante difficoltà di gioco e di idee, condizione fisica da rivedere. Poi arriva il periodo decisivo (Gennaio-Febbraio) in cui i calciatori sembrano essere molto più brillanti, corrono di più e meglio e la squadra sembra un’altra.

In più Allegri ha sempre tirato fuori dal cilindro qualcosa che desse la scossa ai giocatori all’inizio del nuovo anno. E’ stato così per il passaggio dal 3-5-2 Contiano al 4-3-1-2 del 2015, oppure la ben nota trasformazione del 4-3-3 a  4-2-3-1 dello scorso anno. Anche quest’anno si ci aspetta un colpo da biliardo per “rinfrescare” l’ambiente che sembra deprimersi sempre troppo in fretta. Ma se c’è qualcosa che la Juventus di Allegri ci ha insegnato è che i giudizi vanno necessariamente rinviati alla fine della stagione, perché la Juve di primavera non è la stessa Juve di inizio campionato. Anche quest’anno come nei tre precedenti tante critiche al modo di giocare, alle scelte dell’allenatore, ai giocatori acquistati. Ma Allegri sa il fatto suo e infatti ogni volta da appuntamento a Marzo per vedere la vera Juve. Una Juve sempre più europea che pianifica la propria stagione per essere al top nelle fasi finali. Perché è questo che è stato chiesto ad Allegri quando gli è stata affidata la panchina bianconera; una Juventus di dimensioni europee che uscisse finalmente dai confini italiani per entrare e rimanere nel club delle super potenze continentali. Se in campionato le rivali riescono a concretizzare il vantaggio accumulato a inizio stagione anche a Marzo, allora la Juventus non riuscirà a vincere il suo settimo scudetto consecutivo. Ma non dimentichiamoci che 2 anni fa la Juventus era a 9 punti dalla vetta all’undicesima giornata e poi sappiamo come è andata. Adesso è semplicemente a -3.

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Il Napoli merita senza dubbio le copertine di inizio stagione. Sarri ha plasmato una squadra impeccabile. Tanti complimenti da ogni parte d’Europa per quello che viene considerato da molti il più bel calcio d’Italia e forse del continente. Ma c’è un MA o forse più di uno. Le due partite con il Manchester City hanno messo a nudo tutte le lacune della squadra azzurra. Va bene la propria identità, va bene la voglia di imporre il proprio modo di giocare ovunque si vada, ma fino ad un certo punto. Non dovrebbe essere una prerogativa indispensabile per un grande allenatore quella di riuscire a plasmare la sua squadra nel modo migliore a seconda dell’avversario? Se si affronta una squadra che fa il tuo stesso tipo di calcio ma con interpreti sicuramente più dotati tecnicamente e fisicamente, è così una vigliaccheria giocarsela in maniera diversa? Rispondere a questa domanda dicendo che il Napoli conosce un solo modo di giocare e applica sempre quello non è forse una mancanza piuttosto che un pregio? E’ vera la partenza sprint in campionato ma comunque non è stato accumulato nessun vantaggio rassicurante se si pensa che l’Inter è a 2 punti e Juventus e persino Lazio soltanto a 3. E intanto la qualificazione agli ottavi di Champions è stata gettata via (servirebbe davvero un’impresa per qualificarsi) e i giocatori iniziano a sentire la fatica di un tipo di calcio che prevede di andare sempre a mille all’ora per ottenere risultati.

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E qui viene al pettine il nodo forse più grande di Maurizio Sarri. Non si può pensare di affrontare una stagione di 50 partite (almeno) facendo giocare soltanto 11/12 giocatori. Possibile che nessuno nella rosa del Napoli (che non siano i ben noti 11/12 giocatori) sia in grado di seguire i dettami tattici dell’allenatore napoletano? Ounas, Giaccherini, Mario Rui resteranno in panchina tutto l’anno, pronti a giocare soltanto nelle partite di coppa Italia? E adesso senza Ghoulam ecco rispolverare Maggio che a 35 anni dovrebbe essere il salvatore della patria? Sarri sta dimostrando che i suoi grandi pregi sono allo stesso tempo i suoi più grandi difetti. La trasferta di Verona è un test molto importante per testare la tenuta mentale del Napoli dopo la doppia batosta data dalla sconfitta col City e dall’infortunio di Ghoulam (variante tattica fondamentale per il “triangolo” di sinistra del Napoli). Riuscirà Sarri a tirare fuori un nuovo coniglio dal cilindro come fu con Mertens dopo l’infortunio di Milik dello scorso anno?
Tante domande, per le risposte parola al campo.

Buona serie A a tutti

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