La Coppa d’Africa dei migranti

Pubblicato il autore: eug90 Segui


Ho letto ad agosto A Sud di Lampedusa: cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti di Stefano Liberti per conoscere le rotte che forse hanno percorso parte dei ragazzi ai quali mi trovo a fare lezione di italiano settimanalmente. Di questo libro conservo soprattutto un aneddoto di una di queste rotte. L’autore racconta di comunità africane stanziate temporaneamente in un ghetto di Istanbul nella speranza di proseguire poi il loro viaggio, e nell’attesa decidono di organizzare un torneo, la coppa d’Africa delle nazioni, «un appuntamento ormai fisso in cui le squadre dei vari paesi si affrontavano su un campo da calcio nel distretto Kurtuluş, sempre nei pressi di piazza Taksim. Nata in sordina, la Coppa d’Africa di Istanbul era diventata un vero e proprio evento cittadino: a ogni edizione, gli spalti erano sempre più affollati, stracolmi non solo di facce nere ma anche di turchi venuti a godersi lo spettacolo. I giocatori mettevano tutti loro stessi in quelle partite, nella speranza che tra gli spettatori si nascondesse l’impresario di qualche società calcistica».

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Certamente si tratta di un aneddoto marginale in una questione più complessa eppure significativo nel rimettere al centro frammenti di storie di uomini capaci trasformare l’esperienza di un’attesa troppo spesso logorante in un’impazienza festosa che si respirava in tutta la città, in vista «della finale della coppa 2006, che vedeva opposte la nazionale della Nigeria a quella della Guinea».

E’ vero, la partita terminerà e Anthony di Lagos, che come scrive l’autore «faceva girare la palla tra le gambe degli avversari con vorticose finte e dribbling forsennati» non diventerà mai un giocatore professionista. Ma questa storia ci insegna, come scrive Joseph Campbell, che «un eroe è un normale essere umano che fa la migliore delle cose nella peggiore delle circostanze».

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