Alle radici dei problemi del calcio italiano: come funzionano il settore giovanile la crescita dei giovani calciatori

Pubblicato il autore: SAM.DAMILANO Segui

13 Novembre 2017: il calcio italiano tocca il fondo con il mancato accesso ai mondiali ad opera della certamente meno quotata Svezia: campanello d’allarme eclatante e dunque occasione, se non necessità, di comprendere i motivi di questo tracollo. Tralasciando le questioni prettamente tecnico-tattiche, che vanno dall’allenatore e le sue scelte allo scarso impegno dei giocatori, la cosa certa è che l’Italia calcistica ha toccato un fondo da cui non si può che risalire. Tra le tante ragioni e motivazioni che hanno causato questa disfatta ci si vuole qui soffermare sul sistema di crescita dei giovani calciatori italiani; la FIGC (federazione italiana giuoco calcio) e in particolare Tavecchio, sul modello di Germania e Belgio, hanno lanciato circa due anni fa il progetto dei cft, i centri federali territoriali, in cui far crescere e poter monitorare dal punto di vista calcistico, ma più in generale anche umano o se si vuole etico-sportivo, i giovani in tutte e 20 le regioni d’Italia. Progetto che parte da idee e valori encomiabili quali “sviluppare il senso civico attraverso la promozione di buone pratiche comportamentali per calciatori, allenatori giocatori e società”, presentare una “forte dimensione di integrazione sociale con circa 40.000 giovani calciatori stranieri tesserati”, o l’intendere lo “sport come strumento educativo e formativo della persona nella sua globalità”(estratti  direttamente dal power point ufficiale della FIGC), ma che se andiamo ad analizzare con più concretezza e “cinismo” lascia trasparire molte mancanze sia gestionali che economiche: il budget messo a disposizione per questi centri è di 9 milioni di euro di partenza più 9 milioni all’anno una volta avviato definitivamente il progetto ( cifra che non convince se si guarda al numero di persone coinvolte e da stipendiare), mentre in Germania per esempio sono stati investiti 300 milioni in 15 anni, non solo in strutture e personale, ma anche in modalità di allenamento innovative e tecnologiche ( il più famoso e ancora in via di sviluppo “footbonaut”, già sperimentato da Hoffenheim e Borussia Dortmund), e la differenza principale tra i due sistemi è che mentre nei cft italiani sono e saranno ospitati giovani già appartenenti a una società sportiva, in Germania è prevista un’intensa attività di scouting e monitoraggio in qualsiasi zona e contesto del paese, non soltanto quello delle società calcistiche. Da qui ci si può riallacciare ad un’interessante intervista per la Repubblica di qualche anno fa del mister che ci ha portato sul tetto del mondo nel 2006 e attualmente allenatore della Cina, Marcello Lippi, che in questa sua riflessione insiste su un approccio sbagliato dei giovani al calcio, colpa delle nuove tecnologie (si pensi per esempio che con la moderna Match Analysis si misurano con dei software le prestazioni dei calciatori)  e del fatto che in generale in Italia “non si pensa più calcio”, o peggio viene visto in funzione di business e spettacolo, sostenendo poi che “si diventa campioni, o grandi attaccanti, sul prato dietro casa, da soli, non nelle accademie”, e che questa mentalità si sta “atrofizzando” in Italia.  E’ un punto di vista interessante su cui anche altri personaggi importanti del calcio italiano, come Francesco Totti, hanno insistito, e che la maggior parte dei ragazzi della passata generazione può sottoscrivere, dal momento che è inconfutabile la diversa concezione di oggi dell’impiegare il tempo libero e dello stare in compagnia: è il passare ore su un prato a correre appresso ad un pallone che cimenta e alimenta i valori dello sport e in questo caso del calcio, sicuramente non il passare la maggior parte del proprio tempo invischiato tra internet, social e tecnologie varie. Certo, non bisogna generalizzare, non si vuole dire che i trentenni di oggi erano tutti dei potenziali Baggio e Del Piero e che i giovani di oggi non hanno qualità o voglia di dimostrarle, ma è innegabile che per varie ragioni( probabilmente proprio la concezione del calcio come business e spettacolo sopracitata) l’approccio al calcio sia diverso rispetto a qualche anno fa. Questo dunque, considerando elementi di un binomio astratto “giovani” e “calcio”, per quanto riguarda l’approccio dei primi verso il secondo: bisogna dire però che anche il calcio è cambiato negli anni e , in particolare in Italia, ha accentuato una sorta di ossessione per la tattica. Ossessione a cui devono sottostare gli aspiranti calciatori anche in giovane età, quando invece alcuni esperti sostengono che un ragazzo fino ai 14 anni debba applicarsi nella tecnica e nel gioco, o magari nella tattica individuale, non nello studio di quanti modi esistono di battere un calcio d’angolo o evitare una ripartenza; si tratta di situazioni di gioco che devono essere necessariamente interpretabili dai membri di una squadra, non c’è dubbio, ma su cui magari ci si sofferma troppo a discapito dei fondamentali tecnici, per cui si avranno terzini che sanno teoricamente coprire qualsiasi tipo di diagonale ma che non sanno fare un cross decente dal fondo. E’ forse anche a causa di questa complessa preparazione necessaria per giocare ad alti livelli che società e allenatori molte volte preferiscono puntare su giocatori, stranieri e non, già formati e preparati,  tralasciando quindi il settore giovanile: piuttosto che portare avanti in maniera efficiente un settore giovanile all’altezza, con impianti, allenatori, dirigenza e staff in grado di poter seguire i ragazzi a giocare a livelli competitivi, è molto più facile ed economico rilevare giocatori dall’estero, dove invece sono seguiti grazie a valevoli attività di scouting( come detto in precedenza per la Germania), magari proprio dagli stessi dirigenti italiani( vedi la colonia balcanica della Lazio o il Catania degli argentini per esempio). Per fare chiarezza in ogni caso non bisogna confondere la qui evidenziata necessità di crescere calcisticamente i giovani in Italia con l’idea che debbano essere necessariamente italiani, e anche se ciò gioverebbe certamente alla Nazionale italiana,  non è  questo “importare” i giocatori dall’estero che limita le possibilità di curare e sviluppare i settori giovanili. Se ci si chiede comunque perché le società italiane, tranne qualche eccezione, non vogliano investire appieno nel settore giovanile e nel complesso perché quest’ultimo non funzioni, si può rispondere in generale che in Italia vige la regola del clientelismo, del favoritismo, dei rapporti che si vengono a instaurare direttamente tra la famiglia del ragazzo( che molte volte paga per farlo giocare) e la dirigenza, o tra determinate società sportive e giovanili dei grandi club di serie A, con la conseguenza di lasciare per strada un gran numero di talenti in favore “del figlio di”, che magari non riesce nemmeno a sfondare; dal punto di vista economico inoltre i soldi che si impiegano in questo settore sono considerati un investimento incerto che non dà frutti immediati, e che richiede invece attenzione e pazienza, ma evidentemente i presidenti, che considerano la loro squadra essenzialmente come una società da cui ricavare profitti, non vogliono correre questo rischio. Sulla carenza di denaro che circola nel nostro campionato bisognerebbe fare poi un discorso a parte, ma per farsi un’idea della differenza che intercorre con gli altri campionati europei, in Italia la maggior parte dei ricavi delle squadre è costituita da premi Uefa, banche( vedi Roma), plusvalenze fittizie(vedi il Chievo quest’anno) ma soprattutto diritti TV( 56% di media, mentre gli stadi solo il 10%), quando in Germania, Spagna e Inghilterra non superano il 35 % e allo stesso tempo apportano in media maggiori ricavi; secondo un’analisi della Gazzetta dello Sport, il debito complessivo delle squadre militanti in serie A nel 2016/7 ammontava addirittura a  2 miliardi di euro. Tale situazione economica, la gestione assembleare della Lega Calcio, per cui ogni presidente guarda direttamente ai propri pro

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Foto Getty Images© per SuperNews

fitti senza curarsi del bene del campionato, e la convenienza, sotto molti punti di vista, di rilevare giocatori all’estero sono dunque i fattori principali che hanno fatto sì che in Italia non si sviluppasse in maniera organica un settore giovanile radicato nella struttura delle società stesse. Una soluzione potrebbe essere creare un campionato, come hanno fatto in Spagna, in cui far giocare le componenti giovanili delle squadre del campionato principale, così da dare spazio ai giovani(ma anche ad allenatori), con la possibilità di mandarli in prestito e permetterne la crescita ad un livello agonistico adeguato; ma questo andrebbe ovviamente contro gli interessi della serie B, e l’escamotage elaborato da Lotito, presidente sia della Lazio che della Salernitana(in cui poter valorizzare i giovani della Lazio), è stato molto criticato per un evidente conflitto di interessi e amministrazione.  Insomma, per avere un settore giovanile che preveda impianti sportivi validi, allenatori all’altezza e non ricicli della prima squadra,pazienza e attenzione nei confronti dei ragazzi, identità e mentalità coerenti con la prima squadra, ma soprattutto coraggio, anche da parte degli allenatori, nell’investire sulla formazione dei giovani, bisognerà aspettare ancora molto.

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