Numeri 1, abituati alla solitudine

Pubblicato il autore: Davide Roberti Segui

 

Siamo tutti un po’ più soli ultimamente, dannato virus. Eppure ci sono uomini che nella solitudine ci sguazzano, ci convivono da anni, vivono di essa. Indossano la maglia numero 1, o meglio: ormai spesso non è più così, ma sono i numeri 1 per eccellenza. E proprio come noi cerchiamo di fare oggi, inventandoci attività da fare durante la nostra quarantena, alcuni di loro hanno trovato alcuni modi particolari per ingannare l’attesa nella loro solitudine, tra una respinta e l’altra: così soli, così folli, questi portieri. Quasi tutti abbiamo ben presente lo scorpione di Higuita e i gol di Chilavert, i balletti di Groobelaar e quelli di Dudek, ma la storia del calcio è piena zeppa di colpi da “numeri 1”.

La categoria dei portieri si è evoluta negli ultimi anni, e sempre più spazio hanno acquistato i portieri dell’Est Europa: uno su tutti, Manuel Neuer. Forte tra i pali, fortissimo nelle uscite, impressionante coi piedi. Ha già vinto tutto col Bayern Monaco, ha vinto un mondiale con la Germania ed è (giustamente) ritenuto tra i migliori estremi difensori del nuovo millennio. Ciò che davvero colpisce di lui è la sua incredibile serenità nel giocare con la palla tra i piedi, ed è proprio questa peculiarità che ha spinto tutti i critici a considerarlo colui che, più di tutti, ha rivoluzionato il modo di interpretare il suo ruolo. Nel corso del Mondiale 2018, però, all’ultima giornata dei gironi la Germania è virtualmente fuori: Neuer prova a dare il suo contributo e si lancia in avanti nei minuti finali della sfida contro la Corea del Sud. Lui, che centrocampista non è, si mette a giocare come tale, preso dalla disperazione per il risultato e dalla sua tremenda solitudine, lì dietro, inerme. Risultato: pallone sanguinoso perso a metà campo e il coreano Son che va a segnare a porta vuota il gol del 2-0, che sancisce l’addio dei tedeschi al mondiale russo.

E, sempre per restare nell’ambito delle competizioni internazionali, anche agli Europei del 2004 un portiere decise di dare sfoggio della propria stravaganza. La sfida tra Inghilterra e Portogallo valida per i quarti di finale si conclude ai rigori, e a deciderla è il portiere lusitano Ricardo. Il numero 1 portoghese, però, vince la sfida a modo suo: prima si sfila i guanti per affrontare l’inglese Vassell, parandogli il rigore, e poi va a realizzare dal dischetto il penalty decisivo. Questo estremo difensore, non certo un fuoriclasse, neppure così famoso ma sicuramente molto coraggioso, aveva deciso di mettere in pratica due gesti “folli” per permettere ai suoi di vincere la partita. Furono due opere d’arte in pochi secondi: a suo dire, due mosse spiazzanti che mandarono in crisi gli inglesi, e di certo non si stenta a credergli.

Ma il portiere che forse, più di tutti, proprio non sopportava la sua solitudine era Rogerio Ceni. Bastano alcuni numeri: 1227 presenze in carriera (tutte col San Paolo, in Brasile) e 131 gol realizzati. Lui, brasiliano e quindi, per forza di cose, amante del “joga bonito”, era finito a giocare alle spalle di tutti, a difendere la sua porta: ma Ceni, tra quei due pali, non ci voleva stare, e allora grazie ai suoi piedi buoni inizia a calciare punizioni e rigori. Si specializza fin da giovanissimo, arriva al campo di allenamento mezz’ora prima degli altri e inizia a provare i calci piazzati: gli riescono piuttosto bene, e il resto è storia. Il centesimo gol, forse, il più memorabile: punizione perfetta contro il Corinthians, stadio che esplode, compagni in festa e vittoria nel derby conquistata. La stampa andó in visibilio, questo traguardo fu celebrato quasi come i 1000 gol di Pelè o la vittoria di un mondiale, e Rogerio entró definitivamente nel mito. Altro che solitudine.

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