Verso Roma-Real Madrid, quando i giallorossi espugnavano il Bernabeu…

Pubblicato il autore: The Dude Segui

AS Roma players celebrate their win at the end of the Champions League first knockout round, second leg soccer match against Real Madrid at the Santiago Bernabeu stadium in Madrid March 5, 2008. AS Roma won 2-1. REUTERS/Alessandro Bianchi (SPAIN)
Era la notte del 4 marzo 2008: ottavi di finale di Champions league, gara di ritorno, stadio Bernabeu. Il Real Madrid di Bernd Schuster accoglieva la Roma, allenata da Luciano Spalletti e forte del 2-1 conquistato tra le mura amiche all’andata. L’impresa per i blancos appariva alla portata. La Roma sembrava destinata a fare da malcapitata sparring partner, il Real godeva dei favori del pronostico e come se non bastasse, sui giallorossi gravava il fardello dei sette gol incassati l’anno precedente dal Manchester United, guarda caso battuto con il medesimo risultato di 2 a 1 nella gara d’andata (unica differenza: si trattava del ritorno dei quarti di finale). Era il Real dei galacticos, dei Raul, dei Cannavaro, dei Casillas, dei Micha Salgado, e nonostante fosse orfano di gente del calibro di Sergio Ramos, Robben, Van Nistelrooy e Snejder, incuteva un timore reverenziale  che avrebbe fatto accapponare la pelle a chiunque. Non a Spalletti. Il tecnico, alla vigilia dell’appuntamento con la storia, aveva provato a smorzare la (comprensibile) tensione: “se giochiamo al cento per cento possiamo farcela. Loro hanno blasone ed esperienza ma noi abbiamo cuore”. La tremenda scoppola di Manchester era servita a temprare la squadra, e la Roma ci teneva a dimostrare di esserne uscita indenne. Missione compiuta. La lezione era stata imparata. La Roma, dal punto di vista tattico e comportamentale, palesava segnali di maturità e si avviava ad espugnare il fortino del Bernabeu. La vittoria arrivava al termine di una delle partite più emozionanti della sua storia recente, ottenuta grazie a sagacia tattica, impegno e sacrificio encomiabili.
Giocatori come Vucinic e Taddei (entrambi a segno nel 2 a 1 finale), capitan Totti e capitan futuro De Rossi, Aquilani e Panucci regalarono ai giallorossi un’impresa memorabile, destinata a restare per sempre nell’immaginario collettivo, consentendo di strappare il pass per i quarti di finale dove dovettero arrendersi (ironia della sorte) proprio ai red devils.
Allora come oggi, sulla panchina della Roma sedeva Luciano Spalletti, che per due anni di fila aveva condotto la squadra tra le prime otto d’Europa, regalando vittorie illustri ed esportando la sua filosofia di calcio in tutto l’Occidente. Qui ricevette elogi ed attestati di stima di ogni sorta, che consacrarono il tecnico di Certaldo come uno dei migliori allenatori emergenti del panorama internazionale. Imprese del genere testimoniano come sia possibile colmare il gap tecnico con l’ambizione, il coraggio, la fame. Virtù appannaggio di quella Roma.
Corsi e ricorsi storici. Il destino ha fatto si che le due squadre si ritrovassero nuovamente, l’una di fronte all’altra. Spalletti intanto è tornato a casa, quasi sei anni dopo. Una casa restaurata fin dalle fondamenta: cambi di dirigenza, avvicendamenti continui in panchina, nuovi giocatori. E pure qualche superstite della notte del Bernabeu: capitan Totti a quarant’anni suonati è ancora un imprescindibile uomo-spogliatoio, De Rossi, dirottato al centro della difesa, è un elemento fondamentale dello scacchiere giallorosso. Difficile pensare che tutti e tre non abbiano rivissuto quei momenti, almeno parzialmente, durante questa vigilia. Ancor più difficile pensare che mister Spalletti non abbia rispolverato dalla soffitta l’abito di gala con il quale si appresta a regalare ai propri tifosi un’altra leggendaria, magica notte.

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