Siamo tutti un po’ Islandesi…

Pubblicato il autore: Damir Cesarec Segui

islandesi
Al rintocco della mezzanotte la carrozza dorata si trasforma in zucca, il principe azzurro sparisce, Cenerentola perde la sua scarpetta di cristallo. Al rintocco della mezzanotte la favola giunge al termine. E quando una favola svanisce si torna mestamente alla realtà.

Purtroppo, nel momento in cui Gunnarsson e compagni hanno iniziato la marcia verso Parigi la loro conquista è stata brutalmente arrestata. Ma l’ultimo “Hu!” vichingo allo Stade de France non ha perso minimamente quell’essenza di fierezza. La fierezza di un gruppo straordinario che lasciava a testa altissima l’arena che per l’ultima volta celebrava le eroiche gesta nordiche, sommerse dalla lava francese, esattamente come quella che saltuariamente sgorga dai vulcani di quella incantevole isola sperduta tra il fuoco e i ghiacci dell’Atlantico settentrionale.

L’avventura è giunta al termine. Un’avventura quasi onirica, una di quelle che ispira e insegna. Dimenticate pure i racconti di pescatori, operai, dentisti e registi pubblicitari ma non dimenticate la storia di 23 persone che hanno reso orgoglioso un popolo di 320 mila anime, né il loro spirito battagliero sul prato verde. Questi ragazzi sono più di una semplice favola, sono un esempio. E un’ ispirazione.

All’assenza di talento e di tecnica è subentrata un’intelligenza tattica che ha mascherato i difetti scoprendone tutti i pregi, individuando i punti deboli degli avversari. Storie simili non sono certo una novità: Danimarca 1992, Grecia 2004, Costarica 2014, Galles 2016, solo per citarne alcune. Ma il caso dell’Islanda è diverso. Perché? Perché a Reykjavik e dintorni la gente si è riunita attorno una tavola, quella del football, quella che fino a qualche mese addietro non pensavano di avere.

Sugli spalti dello Stade de France era presente ogni decimo abitante dell’isola e, infiltrato in quella ondeggiante marea blu, c’era anche il neopresidente della Repubblica il quale ha voluto tifare assieme ai suoi connazionali piuttosto che sedersi in tribuna accanto a Hollande.
Al rientro in patria la stracolma piazza centrale di Reykjavik è stata teatro dell’ultimo Geyser sound: un attimo di silenzio, di quiete, poi tutti all’unisono “Hu!” Un senso di appartenenza da brividi riunito in un gesto tanto armonioso quanto semplice. Un omaggio ai campioni.

L’Islanda non è più una landa marginale e desolata, lontana dal cuore del calcio europeo. Non è più un luogo che storia e letteratura sovente associano alla fine del mondo conosciuto oppure al punto di discesa più comodo per raggiungere il centro della terra. No, l’Islanda è molto di più.

Hanno vinto loro. L’Italia non la ricorderà nessuno (chiedere a Barzagli), ma l’Islanda la ricorderanno in tanti. Grazie ragazzi per queste tre indimenticabili settimane, grazie per aver dato una bella lezione a Cristiano Ronaldo (la sua faccia nel dopo Islanda-Portogallo non ha prezzo), grazie per aver ricacciato Oltremanica l’Inghilterra e quel calcio tutto business fatto di cifre astronomiche per dare calci a un pallone.
Grazie per averci regalato un sogno. Grazie di tutto. Ci vediamo in Russia…
Speriamo.

 

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