L’editoriale di Ugo Russo – Oscurati dalla Macedonia? Certo, siamo alla frutta…

Pubblicato il autore: Ugo Russo Segui

macedoniaitaliaPiù vediamo il calcio, quello di oggi, é più restiamo delusi e nauseati. A maggior ragione rimaniamo così quando osserviamo le partite del campionato italiano e della nazionale azzurra. Perchè per farci assistere a simili spettacoli i “cocchi dei nostri terreni di gioco” prendono fior di milioni l’anno contro, molte volte, le poche decine di migliaia di euro dei nostri avversari che, immancabilmente, ci sono superiori e giocano meglio di noi.
Nelle ultime due apparizioni dell’undici guidato da Ventura abbiamo affrontato la Spagna (e ci poteva stare essere sottomessi per molti minuti da una nazionale che, pur essendo in un momento di ricambio generazionale, ha pur sempre una grande tradizione calcistica) e la Macedonia e qui no che non si doveva assistere a settanta minuti in cui la modesta squadra slava ha rischiato di farci cinque gol! Ci ha salvato il finale, sia con la compagine iberica che con la Macedonia (stanchezza ed inesperienza di quest’ultima che, nonostante abbia avuto un portiere che un citofono avrebbe fatto miglior figura, ha perso probabilmente perché é uscito per infortunio l’uomo che ci aveva fatto tanto male e ridicolizzato per un’ora: Pelé? Maradona? Platini? Sivori? Eusebio? No, …Nestorovski).
E alla fine abbiamo raggranellato in queste due partite quattro punti assolutamente immeritati. Lo abbiamo già scritto diverse volte: la crisi di talenti e la mancanza di belle partite sono problemi che abbracciano quasi tutte le formazioni del globo e così, In un calcio come questo, uno come Iniesta può giocare fino a 50 anni perché da solo riesce a fare reparto e a tirare ancora fuori dal suo cilindro giocate sopraffine. E poi non lo vediamo che continuano a segnare e ad essere decisivi calciatori che dieci anni fa parevano essere spariti dal pianeta calcio e sono rispuntati fuori? Tornando alla nazionale italiana, in buona sostanza Ventura ci ha fatto vedere finora più fortuna che belle trame di gioco e sostanza dal team che allena.

E allora torniamo ad urlare a gran forza: basta pagare così tanto i nostri giocatori o almeno la gran parte di essi! Abbassiamo e di molto il monte stipendi e portiamolo a quello che valgono realmente. Si dice sempre che bisogna calmierare le pensioni d’oro, togliere a chi beneficia di assurdi vitalizi. Che c’é troppa disparità con quelli (e sono la stragrande maggioranza) che hanno pensioni da fame. Certo. Ma anche i giocatori sono superpagati e non meritano che una parte molto inferiore di quello che guadagnano. Si sistemerebbero tante cose, il calcio potrebbe rimettersi in sesto, si potrebbe ripuntare con convinzione e determinazione sui vivai. Non dico che dovrebbero prendere quanto macedoni o islandesi ma quasi, anche perché adesso valgono meno!
Ma il calcio, rovinato da procuratori e televisioni, che magnificano sempre come un grande spettacolo quello che (non) vediamo pur di piazzare loro protetti o vendere abbonamenti e canoni vari, va avanti facendosi forza su quelli che, drogati dallo stesso, non ne possono fare a meno, anche se assistono a esibizioni penose.
Non “ammaliamoci” più per lo sgangherato mondo dei “ventidue in campo”, non obbligateci ancora a vedere tifosi che piangono perché la loro squadra ha perso mentre i giocatori della stessa sono al night o a divertirsi in altro modo. Disertiamo ancor più di quanto stiamo facendo gli stadi, non diamo più retta a vergognosi spot pubblicitari, passiamo la domenica sui campetti di provincia delle serie minori, dove, se non altro, quelli in campo ci mettono il cuore e la passione. Portiamo il calcio a cambiare, a riassomigliare almeno un po’ a quello di una volta e… Ma restano solo sogni. Di cosa stiamo parlando se il giorno dopo Macedonia-Italia, invece di analizzare lo schifo che abbiamo fatto, già si parlava del campionato e delle super(sic!)sfide di sabato 15, anticipi della ottava giornata.
Il carrozzone del pallone, malmesso, malconcio é sempre pronto a rimettersi in marcia. Con quelli che ancora ci credono (e sono sempre meno), pero’.

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