Le difficoltà del calcio italiano e la crisi dei valori

Pubblicato il autore: Francesco Ratti Segui

L’eliminazione della nazionale azzurra ad opera della Svezia ha riportato in auge i consueti fenomeni da tastiera, capaci di trovare le soluzioni più idonee per risolvere i mali che affliggono il derelitto calcio italiano, dall’alto della propria esperienza in scalcettate tra amici nonché dimestichezza con i social network. Qualche personaggio più autorevole, invece, ha provato ad analizzare il fallimento di Buffon e compagni in maniera più approfondita, partorendo alcune riflessioni più o meno condivisibili.
Si è parlato dell’inadeguatezza di mister Ventura, ed è innegabile che con un tecnico più competente e carismatico avremmo raggiunto agevolmente la qualificazione.
Ventura
Salendo a monte, appare evidente come la politica sportiva, per essere credibile, debba necessariamente essere gestita da persone oneste e con competenza nel settore. Perenne è la critica ai settori giovanili, incapaci di produrre talenti cristallini come un tempo, anche se sull’argomento bisognerebbe essere un poco più obiettivi. Certe logiche di mercificazione dei giovani sono da debellare e alcuni allenatori da recludere per incapacità, ma nei nostri settori vi sono fortunatamente anche tecnici validi e preparati. Le recenti prestazioni della nazionale italiana agli europei Under 21 e mondiali Under 20 devono costituire un punto di inizio. Infine, i soliti populisti hanno sollevato l’antica questione della “chiusura delle frontiere”, tema ripercorso perfino da qualche sciacallo della politica in cerca di voti.
Quello che rende il calcio lo sport più seguito al mondo è la sua dimensione popolare, ovvero la sua democraticità. Tutti abbiamo la possibilità di praticarlo, su un terreno di gioco oppure per strada, ed è devastante il suo potere socializzante. Il calcio è una cosa talmente seria che fuoriclasse della letteratura latinoamericana, quali Soriano e Galeano, ne hanno fatto metafora di vita. Le difficoltà del calcio italiano collimano con la crisi dei valori diffusa nella società, e vi sono due episodi accaduti nei giorni scorsi che possiamo utilizzare per esemplificare il concetto.
All’indomani della sconfitta azzurra in terra svedese, l’allenatore della Ternana Sandro Pochesci, autentico caso di Nomen Omen tanta è la sua bassezza, critica i ragazzi di Ventura per aver perso contro “una squadra di profughi”. Il discorso del tecnico si snoda tra l’autarchica “ecco cosa accade a portare tutti questi stranieri in Italia”, la pugilistica “una volta l’Italia menava e vinceva, adesso ci menano e piangiamo”, oltre al già citato disprezzo verso i migranti.

Domenica scorsa, in occasione della sfida valevole per il campionato di seconda categoria bolognese tra il Marzabotto e il 65 Futa, l’attaccante ospite Eugenio Maria Luppi segna una preziosa rete e si concede alla pazza gioia, facendo il saluto romano al pubblico ed esibendo la maglia della Repubblica Sociale Italiana. A pochi chilometri dallo stadio, nell’autunno del 1944, morirono 770 civili per mano dei nazi-fascisti. Il calciatore si difenderà successivamente, affermando che la sua intenzione era quella di salutare il papà in tribuna. Evidentemente il signor Luppi è un lontano parente di Erich Priebke.
Il grande tecnico colombiano Pacho Maturana auspicava, anni fa, l’innalzamento del livello culturale nel mondo del calcio. A questo, aggiungiamo quei valori che dovrebbero contraddistinguere l’essere umano, quali il rispetto, la solidarietà e la tolleranza. Senza questi, il sistema difficilmente potrà ripartire con un minimo di credibilità.

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