Storie Mondiali: Ilunga Mwepu e la punizione della morte

Pubblicato il autore: Marco Roberti Segui
attends the Preliminary Draw of the 2018 FIFA World Cup in Russia at The Konstantin Palace on July 25, 2015 in Saint Petersburg, Russia.

Foto Getty Images © scelta da SuperNews

Sfogliando il grande album che contiene tutte le storie dei Mondiali e andando a cercare la sezione che riguarda l’Africa e le sue nazionali sono diverse le fotografie che ancora oggi rimangono nella mente di tutti gli appassionati: dall’allegro balletto di Roger Milla a Italia ’90 dopo ognuno dei suoi 4 gol segnati nella manifestazione(a 38 anni compiuti) allo stupore di Papa Boupa Diop dopo aver segnato il gol del vantaggio(e decisivo) del Senegal contro la Francia campione del mondo nella gara inaugurale dei Mondiali del 2002. Ma, sfogliando con attenzione tutte le pagine che compongono l’album c’è un’istantanea trascurata, ma che dopo 44 anni grida ancora con voce ferma la sua storia: questa foto ritrae Joseph Ilunga Mwepu, giocatore dello Zaire, che, tra lo stupore e lo scherno di tifosi sugli spalti e giocatori in campo, a gioco fermo spazza via la palla pronta per essere tirata da Rivelino, maestro delle punizioni dal limite.

Il contesto storico

Siamo nel 1974 e i campionati del mondo si giocano nella Germania Ovest. L’Italia, vicecampione a Messico ’70, non farà bella figura fermandosi ai gironi contro Polonia, Argentina e Haiti. Ma è lo Zaire il motore del nostro racconto; lo Zaire arrivato per la prima volta alle fasi finali di un Mondiale che ha quindi la possibilità di far parlare di sé e farsi vedere agli occhi del mondo. Siamo nel 1974 e il cosiddetto anno dell’Africa, il 1960, quello delle 17 indipendenze, è lontano da oltre un decennio e ormai seppellito da migliaia di promesse andate a vuoto. L’euforia per l’indipendenza nazionale e così le speranze per un futuro prospero e  di ricchezza al di fuori del giogo coloniale presto si scontra con la dura realtà di un mondo sempre più globalizzato diviso in blocchi contrapposti, ma d’accordo nel tenere tutte le nazioni sotto la propria influenza. E il Congo, non ancora Zaire(si denominerà così solo nel 1971), ben presto viene tratto fuori dalle proprie illusioni: pochi mesi dopo l’indipendenza, infatti, scoppia una guerra civile che di fatto si conclude solamente, dopo due colpi di stato, nel 1965 con l’ascesa al potere di Mobutu, fino ad allora capo dell’esercito, sostenuto da USA e Belgio. Il Congo era una regione centrale e ricchissima, nel cuore dell’Africa: non era pensabile lasciarlo sviluppare in maniera autonoma, libero da vincoli di sorta e col pericolo che potesse avvicinarsi alle potenze comuniste.
In un breve lasso di tempo Mobutu si rivela per quello che è: un dittatore spietato e senza scrupoli, tra i più efferati, e purtroppo longevi, della storia dell’Africa. E tra i principali metodi per veicolare il consenso, come spesso accade, utilizza lo sport e in particolare il calcio. E non poteva quindi esserci vetrina migliore della prima apparizione in un campionato del mondo per lo Zaire.

Il Mondiale dello Zaire

Agli ordini del tecnico macedone Blagoja Vidinic(già protagonista 4 anni prima di un buon Mondiale sulla panchina del Marocco), la squadra africana prende la via della Germania dove deve affrontare, nel girone iniziale, Scozia, Jugoslavia e Brasile. Il primo impatto con la competizione, contro la Scozia dei vari Joe Jordan, Peter Lorimer e Billy Bremner(questi ultimi due, colonne portanti anche del “maledetto United” di Don Revie), non fu tragico e Mwepu e compagni se la cavarono con una sconfitta onorevole per 2-0. Il secondo incontro, però, contro la Jugoslavia vide una clamorosa sconfitta per 9-0 che lasciò dubbi e molti strascichi polemici, molti che riguardavano lo stesso Vidinic, addirittura accusato di essere una spia al soldo di Tito.

La punizione della morte

E quindi si arrivò alla gara contro il Brasile, ultima del girone. I verdeoro, ancora a secco di vittorie e di gol(avevano pareggiato 0-0 contro le altre due avversarie), andarono in rete 3 volte nei primi 80 minuti con Jairzinho, Rivelino e Valdomiro. Prima della famigerata punizione che Rivelino si stava apprestando a calciare. Prima che, Mwepu decidesse di staccarsi dalla barriera e, a gioco ancora fermo, di calciare la palla il più lontano possibile. Fischio arbitrale. Giallo. Scuse, con inchino, del giocatore africano che torna a mettersi in barriera. Lo scherno degli altezzosi giocatori del Brasile, già sicuri del passaggio del turno con quel risultato(bastavano infatti 3 gol per essere certi del secondo posto), che mordono il freno e si accontentano. Nei giorni successivi si prova a spiegare le motivazioni del gesto compiuto, ma nessuno riesce a capire perché. Si arriva a pensare che i belgi, i colonizzatori, non abbiano insegnato correttamente le regole del calcio ai propri ex-coloni. Ma la realtà è un’altra, ed è molto più drammatica. Nel 2002 lo stesso giocatore deciderà, in un intervista alla BBC, di chiarire cosa fosse successo allora. Poco prima della gara contro la Jugoslavia, i giocatori seppero che, i premi economici promessi loro dal dittatore, erano stati tutti presi dal suo entourage e quindi a loro non sarebbe spettato nulla. Dopo essere stati 2 mesi lontani da casa, senza alcun contatto con i familiari, decisero quindi di scioperare contro la Jugoslavia e di prendere l’imbarcata. Nei giorni che intercorsero tra la seconda e la terza partita furono minacciati da uomini vicini al presidente che dissero loro che non sarebbero mai più potuti tornare in Congo in caso di sconfitta con più di 3 gol di scarto contro il Brasile. Da qui il gesto, disperato di un uomo, che aveva provato in qualche modo a ritardare il calcio di punizione nella speranza che i brasiliani non lo calciassero o lo calciassero fuori. Un gesto che solo dopo molti anni è stato colto nella sua totale prospettiva,
Curiosamente, il 1974, è anche l’anno dell’incontro del secolo tra Muhammad Ali e George Foreman, “The rumble in the jungle”, organizzato a Kinshasa, capitale dello Zaire, per volere dello stesso Mobutu. È lo storico match in cui i sostenitori di Muhammad Ali, per incitarlo, gli gridano “Ali Bumaye”, ovvero “Ali uccidilo”. Uno slogan per Ali, uno dei personaggi pubblici più esposti nella lotta per i diritti civili. Uno grido di speranza, ingenuo e inconsapevole: come di chi non sa che i carnefici sono più vicini di quanto possa pensare.

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