Dall’alba al tramonto fino alla rinascita: benvenuti a Sheffield!

Pubblicato il autore: andrea nervuti Segui

sheffield
Sheffield, South Yorkshire. 160 miglia a nord di Londra e quasi 200 a sud di Edimburgo.
Città cardine durante la rivoluzione industriale e sede di un’antica università, divenne famosa soprattutto grazie alle riprese del film “Full Monty” diretto da Peter Cattaneo. Una metropoli ormai variopinta, ma che affonda ancora le sue radici nella tipica “working class” britannica, quella che ogni giorno infarcisce le cupe fabbriche siderurgiche della zona. Ma non solo. Già, perché nel sottobosco urbano si nasconde un primordiale segreto.

Facciamo un passo indietro.

26 dicembre del 1860. Crosspool, sobborgo alla periferia ovest della contea. Sul pallido prato del “Sandygate Road” agli ordini del signor Richard Douglas, si disputa il derby amichevole fra lo Sheffield FC e l’ Hallam FC. Non un match qualunque, ma la prima – storica- partita di calcio che sia mai stata catalogata.
Certo, l’impianto era un vecchio stadio da cricket adibito al football, sul campo vigevano le misteriose “Sheffield rules” (le regole di Sheffield), e per noi “calciofili” del XXI secolo non dev’esser stato un gran spettacolo, ma tuttavia fu il principio del “nostro martirio”.
Basti pensare che da quel Santo Stefano in poi, seguiranno altri 156 anni di weekend zuppi di speranze, delusioni, rabbie, gioie e dolori comuni fra tutti i tifosi del globo. In poche parole fu l’inizio della passione calcistica per come siamo abituati a considerarla.
Per la cronaca lo Sheffield FC si portò a casa il risultato grazie alle rete firmata da tale Creswick ( che fra le altre cose era anche il presidente del team), seguita dal raddoppio di un giocatore di cui nessuno purtroppo ha mai trascritto il cognome.
Peccato.

Ad oggi, fa un certo effetto sapere come entrambe le squadre sopravvivano lontanissime dai riflettori. Lo Sheffield FC gioca nel minuscolo “Coach & Horse Ground” mentre l’Hallam FC boccheggia nella Northen Counties East Premier League (nona serie del calcio inglese!), continuando però a disputare le sue partite casalinghe nel magico stadio di “Sandygate Road”.
Si sa, passano gli anni e cambiano molte cose. Nell’ultimo secolo (si fa per dire, eh!) il cuore dei cittadini dello Yorkshire ha cominciato a battere per lo Sheffield United oppure per lo Sheffield Wednesday. Due compagini gloriose, degne ereditiere della tradizione cittadina.
Lo United, soprannominato “ the Blades” (le lame) gioca le sue partite interne nel vecchio-nuovo “Bramall Lane” (33.000 posti) e nel corso dei suoi 126 anni ha portato a casa un titolo di Premer League e persino 4 F.A. Cup. Al momento occupa la poco gratificante settima posizione nella classifica di League One.
Dall’altra parte del fiume Sheaf, i cugini del Wednesday, detti ” Owls” (gufi) mostrano sul petto i lustrini delle grandi nobili d’Oltremanica. I tifosi bianco blu possono lucidare una bacheca composta da ben 4 scudetti, 3 F.A. Cup, una coppa di lega inglese ed una Community Shield ( l’equivalente della nostra super coppa italiana).
“Il nido dei gufi” è ancora il mitologico “Hillsborough”, per decenni silenzioso testimone di grandi sfide e purtroppo anche grandi sofferenze. Qui -nel primo ventennio del ‘900- Andrew Wilson segnò 199 gol andando a conquistarsi il prestigioso titolo di “record goal scorer” del club. Qui, Paolo Di Canio spinse l’arbitro Paul Alcock al termine di una rocambolesca rissa con alcuni giocatori dell’Arsenal ed il buon Benny Carbone illuminava gli occhi dei tifosi con il suo indiscusso talento. Ma sempre qui, nell’Aprile del 1989 si verificò la più grande tragedia della storia del calcio inglese, nota a tutti come la “strage di Hillsborough”.

Riavvolgiamo il nastro.

Sono quasi le tre di un maledetto pomeriggio primaverile. Su campo neutro(come da regolamento) si disputa la semifinale di F.A. Cup tra Nottingham Forrest e Liverpool. La possibilità di andarsi a giocare la finale di Wembley contro i cugini dell’Everton, richiama a Sheffield un numero stratosferico di ”scousers supporters”, che già dal primo mattino affollano i pub della zona. A distanza di pochissimo dal fischio d’inizio però, la maggior parte di loro è ancora all’esterno dell’impianto, pigiati come bestie davanti agli insufficienti tornelli della ”Leppings Lane” (i tifosi del Nottingham – quel giorno nettamente in minoranza- assiepavano piuttosto inspiegabilmente la più capiente “Spion End”!).
Convinti che l’infinita mandria di persone potesse in qualche modo creare problemi, la polizia si convinse ad aprire anche il famoso “Gate C”, un cancellone metallico che consentiva l’ingresso direttamente verso il centro della curva. Fu l’inizio del disastro. Si riversarono tutti in massa verso il “gate”, formando un diabolico imbuto capace d’ingrandirsi inesorabilmente a dismisura, tanto da costringere chi era già all’interno a schiacciarsi lentamente verso le solidissime ringhiere laterali. Una valanga implacabile. Mortale.

Anche se la situazione stava precipitando, la partita ebbe ugualmente inizio salvo poi interrompersi dopo appena 6 minuti, quando chi ancora era in grado di scavalcare riuscì a superare le indistruttibili inferiate riversandosi sul campo. Molti non ce la fecero e alla fine si contarono 96 morti, calpestati e travolti dalla calca.
Una tragedia immane che scatenò la violenta risposta del governo Thatcher. La camera dei Lord affidò a Peter Taylor il compito d’indagare sull’accaduto.
Il “rapporto Taylor” smascherò le gravi lacune organizzatevi della polizia locale ma, ciò nonostante, il caso rimase parzialmente insabbiato fino al settembre 2012, quando il Premier David Cameron riconobbe le colpe degli agenti del South Yorkshire e chiese pubblicamente scusa ai parenti delle vittime.

Proprio nella città dove tutto era cominciato, tutto stava per finire; ma dal disastro si trovarono le forze per ripartire e dalla tragedia di Hillsborough nacque il tanto invidiato “modello inglese”. Difatti, da quel sanguinoso giorno di 26 anni fa, tutta la Gran Bretagna dovette riadattare gli stadi con posti a sedere numerati, rigide norme di sicurezza e tolleranza zero verso i trasgressori, dando così alla luce lo spettacolo che oggigiorno tanto ammiriamo.

George Orwell scrisse : “ Sheffield, I suppose, could justly claim to be called the ugliest town in the Old World” che per noi italici sarebbe “Immagino che Sheffield possa giustamente ambire al titolo di città più brutta del vecchio mondo”. Beh, caro George, certamente non avrà la storia di Londra o il fascino di Edimburgo, ma in fondo – in un modo o nell’altro- tutti noi pallonari resteremo per sempre grati all’orrenda Sheffield.
Andrea Nervuti

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