Quando il business calpesta i sentimenti: addio vecchio Boleyn!

Pubblicato il autore: andrea nervuti

A general view of the entrance at Upton Park, London.

La prima volta che transitai dalle parti di Stratford fu in un gelido pomeriggio di metà Marzo. Era il 2011, a circa un anno di distanza dall’inizio delle Olimpiadi estive ed il popolare sobborgo dell’Est End londinese si presentava ancora come un gigantesco cantiere a cielo aperto.
Per uno strano scherzo del destino, il coach A9 della National Express sul quale viaggiavo (si prendo tuttora quello, dato che è molto più economico del treno veloce) si fermò esattamente di fronte alla “tube station” di Mile End, proprio la stessa citata centinaia di volte da Cass Pennant nel suo libro biografico “Congratulazioni, hai appena incontrato la ICF ”. La zona intorno era scaduta, per niente turistica e con l’aria quasi insalubre. Non era nemmeno la fermata più vicina al Boleyn Ground, ma quella dove salivano la maggior parte dei supporters diretti alla partita.

Ormai l’avrete capito, non siamo molto lontani dalla casa degli Hammers (o degli Irons se preferite), cioè da coloro che fanno battere il cuore alla stragrande maggioranza dei tifosi italici con la passione per la Premier League. Non ho dati ufficiali, certo, ma solo la limpida sensazione che sia così. Basta mescolarsi fra una scolaresca in cerca di “souvenir calcistici” da Sport Direct, salire sulla District Line in direzione Upminster, o più semplicemente scorrere il mouse fra i vari siti internet dedicati ai “martelli d’Italia”. Un occhio attento, inoltre, avrà certamente notato un paio vessilli tricolori legati alla ringhiera dietro ad una delle due porte durante gli incontri casalinghi: bingo.
Non in una curva qualunque, ma proprio nella famosa Bobby Moore Stand. Il posto probabilmente più “caldo” di tutta Londra, dove i decibel di “I’m forever blowing bubbles” rischiano di far crepare i muri e le bolle di sapone volano alte fino al sole.
Un luogo unico, quasi mitologico, che il club ha giustamente deciso d’intitolare alla più grande leggenda del West Ham: Robert Frederik Chelsea Moore, per tutti “Bobby” Moore. 554 presenze fra il 1958 ed il 1973, 24 reti ma solo perché di mestiere faceva il difensore centrale. Storico capitano dei Claret&Blue e soprattutto della nazionale inglese con cui vinse il titolo mondiale nel 1966. All’incrocio tra Green Street e Barking Road capeggia la sua statua (in compagnia di Ray Wilson, Martin Peters e Geoff Hurst gli altri tre Hammers trionfatori mondiali con la nazionale di sua Maestà) e chissà, se quel glorioso monumento verrà spostato anche all’esterno del nuovissimo Olympic Park. Già, perché con l’arrivo del 2016 e con l’aumentare dei fabbisogni economico – pubblicitari il West Ham sarà costretto a cambiare casa. Il business ha la precedenza su tutto, purtroppo anche sui sentimenti. Non esistono altre vie d’uscita, stavolta è ufficiale; è giunto il triste momento di dire addio al vecchio Boleyn, di salutare per sempre la ruggente “Bobby Moore Stand” e la pittoresca tribuna “sir Trevor Brooking” (costruita nell’anno del centenario). Di scattare le ultime foto agli orrendi quanto caratteristici palazzoni che spuntano dietro alla tribuna Est. E magari di fermarsi al vecchio “ Boleyn Tavern” o al ”the Queens”, per un ultimissimo boccale di birra immerso nell’odore di fritto, fra sciarpe color vinaccia e foto di partite che sembrano essersi disputate nel medioevo.

Il momento dei saluti è sempre tragico, ma questo in particolar modo. Qui è come spostarsi dalla cittadina di montagna arroccata e familiare alla grande metropoli internazionale. Il Boleyn Ground (o Upton Park) è un gioiello da 35 mila posti e secondo il vangelo di Colin Mitchell ( autore di “The history of English football club” ) il “biggest- ever crowd”, cioè l’afflusso record di persone in quello stadio è stato di “appena” 42.322 anime in un derby contro il Tottenham, nel 1970. Nulla a che vedere con i circa 60.000 che affolleranno mediamente il nuovo impianto, garantendo una moltitudine di sterline ma stuprando gran parte dell’atmosfera. Una scelta dura da digerire ma che -ripensandoci- è già capitata anche ad altri grandi squadre. Per esempio l’Emirates ha sostituito il fantastico Higbury, l’imponente Etihad di Manchester ha soppiantato l’antico catino del Maine Road e lo Stadium of Light di Sunderland ha pensionato il ruvido Roker Park.
È così che vanno le cose adesso. Il calcio milionario-televisivo è foraggiato da sceicchi annoiati e potenti, magnati sovietici dal passato sospetto e lobby del marketing senza pietà. Non c’è rimasto molto da fare, se non caricare l’Oyster card, salire su una metro qualsiasi diretta ad est (la rosa o la verde) e scendere alla fermata di Upton park. Farsi un giro per lo stadio, lo shop e gli spogliatoi. Assaporare l’odore dell’erba sulla quale Lampard faceva i primi lanci e Di Canio dipingeva finezze. Stare lì, in silenzio, immaginando come i “Thames Ironworks”( questo era il vero nome del West Ham alla sua nascita) festeggiarono i pochi ma sudati successi, prima che tutto questo diventi un complesso residenziale e che ignari bambini comincino a calciare un pallone sullo stesso prato dove Bobby Moore ha scritto la storia.

Ah, per la cronaca, passo ancora dalle parti di Stratford con il solito pullman diretto a Liverpool Street. Adesso la zona è rinnovata, piena di locali e con il gigantesco centro commerciale di Westfield a farla da padrone. L’Olympic Stadium spunta sullo sfondo. Tutto nuovo e tutto dannatamente freddo.

Andrea Nervuti

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