Che succede al West Ham?!

Pubblicato il autore: andrea nervuti Segui

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Sono passati 150 giorni dall’ultimo incontro giocato fra le mura del vecchio Boleyn Ground. Per  150 volte è sorta inesorabilmente l’alba, da quell’ultima notte di gloria contro il ruvido Manchester United targato Van Gaal. 149 crepuscoli sono passati dall’ultima pinta spillata al “The Tavern”  prima del fischio d’inizio o dal fugace saluto finale all’imperturbabile statua di Bobby Moore davanti all’incrocio con Green Street.

Possono bastare 5 mesi per dimenticare l’amore di una vita? No, non se quel rapporto è durato qualcosa come 112 anni.  Oltre un secolo. Oltre la vita di un qualsiasi esser umano, che passando fra quelle gradinate ha sentito l’odore di casa.

È inevitabile: la storia e la gloria del club dell’East End londinese sono indissolubilmente legate a quel favoloso stadio. Vero, ad Upton Park è sgorgato il sangue dei violenti hooligans nei caotici anni ‘80, ma si è anche festeggiata la Coppa delle Coppe del 1965, ed è stato il teatro del successo di ben tre edizioni della mitica F.A. Cup. Si è pianto per la retrocessione del 2003, ma si è anche gioito per il ritorno in Europa del 2012. Si sono visti nascere talenti del calcio inglese del calibro di John Terry, Frank  Lampard e Joe Cole. Si sono applaudite le gesta di Paolo Di Canio e quelle di Carlitos Tevez. Si è resa immortale la mitica la  “Lower Stand” e soprattutto quel coro (I’m forever blowing bubbles) che tutte le tifoserie del mondo hanno imparato a conoscere.

Ma si sa, il business viaggia veloce (molto più dei sentimenti, purtroppo!)  e allora la maggior parte dei tifosi ha dovuto ingoiare il boccone: lo stadio nuovo, in cambio di lungimiranti ed importantissimi progetti futuri.

Le premesse erano, anzi sono, ancora buone. Ma chi conosce questo gioco sa che è solo il campo a dettare le condizioni: spesso truci, a volte spietate.

“Servirà per colmare il gap con le grandi d’Inghilterra” aveva detto il presidente degli Hammers  David Sullivan intervistato da un Paolo Di Canio nell’insolita veste d’inviato.  Tutti d’accordo insomma e quindi si parte. In estate la prima amichevole in pompa magna. Nel moderno Olympic Stadium di Londra arriva la Juventus. Ci sono oltre 50 mila persone per la prima nel nuovo impianto di Stratford; gli Irons soccombono ma la discrepanza fra le due formazioni è evidente. Un’amichevole prestigiosa, nulla di più. Poi però arriva il primo turno di Coppa Uefa e l’avversario è il mediocre  Asta Giurgiu (?) guidato in attacco da quel Denis Alibec proveniente dalle giovanili dell’Inter e con un passato (silenzioso) fra le fila del Bologna. Toh, dopo il pareggio a reti bianche in trasferta, i Claret&Blue vengono sorprendentemente battuti da romeni e cacciati fuori dalla competizione. Un campanello d’allarme. La società investe sul mercato ma le scelte non sono poi così chiare.

All’esordio in campionato perdono il derby in quel di Stamford Bridge, consegnando a Conte i primi 3 punti della sua avventura londinese. La seconda va meglio, e riescono a strappare una vittoria casalinga contro il piccolo Bournemouth. In quel match cominciano i primi malumori: qualcuno vuole seguire la partita restando in piedi, ma le regole del nuovo impianto non lo consentono. Risultato: 50 supporters vengono allontanati dagli Stewart. Alla terza cadono in casa del City (3-1), mentre alla quarta subiscono un paradossale 2 a 4  a domicilio dal Watford di Mazzarri. Nell’ultima uscita, nel catino del The Hawthorns, i ragazzi di Bilic prendono l’ennesima scoppola e perdono ancora per 4 a 2.

La classifica adesso è pietosa: appena 3 punti su 15 disponibili. 13 gol subiti, 7 realizzati. Non abbiamo nessuna controprova che tutto questo non sarebbe potuto accadere anche restando nel vecchio Upton Park, ma di certo – in questo momento- la realtà  è molto più lontana rispetto ai progetti disegnati sopra un foglio di carta.

Il momento è duro, in bocca al lupo Hammers!

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