Garcia e la squadra che non c’è più, riflessioni sul momento della Roma

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

rudi garcia

L’apatica attitudine della Roma nel perdere le occasioni cruciali, i treni importanti e a fallire gli appuntamenti chiave, non è cosa nuova. Croce e delizia di una società e di una tifoseria che da sempre vivono sull’orlo dell’irrefrenabile passionalità mischiata a gestioni talvolta confusionarie e, diciamocela tutta, intrise spesso di sfortuna. In un torneo come quello attuale, veramente privo di importanti individualità e squadre capaci di ucciderlo totalmente (la Juventus è evidentemente una spanna sopra tutti, ma a livello continentale continua a restare di valore medio-alto, ancora lontana dai top team europei per rosa e mentalità) alla squadra di Garcia non si chiedeva altro che fungere davvero da deterrente alla solitaria corsa della formazione sabauda. Eppure, da un certo punto in poi, il giocattolo giallorosso si è inceppato, faticando incredibilmente a portarsi avanti. Sarebbe forse troppo facile fissare questo immaginario “punto” al 21 ottobre 2014, quando all’Olimpico il Bayern Monaco di Guardiola camminò letteralmente tra le macerie della squadra capitolina. Quello resta sicuramente uno degli spartiacque della stagione, ma non basta a giustificare ciò che è venuto dopo. Tra infortuni seriali, pareggi in casa (dove non vince dal 30 novembre scorso, quando sconfisse l’Inter per 4-2), eliminazione della Coppa Italia e un mercato che, almeno sinora, appare di dubbia utilità, soprattutto perché non è andato a coprire i ruoli che davvero rappresentano il tallone d’Achille di questa squadra, come le fasce difensive. Grottesco resta l’infortunio di Ibarbo, per il quale il medico sociale del Cagliari aveva espresso parere negativo per il rientro in campo prima di venti giorni, ma che con la Fiorentina (evidentemente non solo per colpa di Garcia, dato che non ricopre ancora il ruolo di medico sociale) è stato gettato nella mischia per un quarto d’ora abbondante, pagando in maniera salatissima tale scelta.

Ma soprattutto, il vero problema della Roma attuale, è la netta involuzione sotto l’aspetto tecnico. Un patrimonio, costruito lo scorso anno, che forse ha cominciato a scricchiolare già nel finale della passata stagione, quando i capitolini si lasciarono andare a partite da semplici “voyer” (vedansi Catania). Nonostante una campagna acquisti di tutto rispetto (non va mai dimenticato che in estate Iturbe è stato l’oggetto del desiderio anche della Juventus) Garcia si è perso strada facendo, sembrando attualmente totalmente in confusione, tra dichiarazioni fuori luogo (il “vinceremo lo scudetto” detto a Roma implica l’assunzione di una responsabilità troppo pesante, soprattutto se non si ha la certezza di ottenere questo risultato. Un vero e proprio boomerang) e formazioni non proprio azzeccate (non ultima quella di domenica). La squadra cammina, non ha ritmo, non ha idee e fatica persino ad entrare nell’area del derelitto Parma, che sino a ieri aveva realizzato la miseria di nove punti. In più, se nelle ultime settimane era apprezzabile l’aver fatto esordire, e addirittura partire titolare a Cagliari, un giovane come Verde, ieri si è rivelata affrettata la scelta di relegarlo in panchina per far entrare Doumbia, giocatore che in Coppa d’Africa aveva avuto poco minutaggio e non gode certo di una perfetta forma fisica. Se poi ci aggiungiamo i sacrosanti festeggiamenti per la vittoria della competizione continentale, assieme al compagno Gervinho, capiamo che almeno 60 minuti di panchina non avrebbero forse fatto male alla causa romanista.

Starà anche alla società far fronte a questo momento. La Roma negli ultimi anni, più che mai, si è lentamente trascinata verso una deriva visionaria e machiavellica. Pericolosa e destabilizzante per la squadra, chi la compone e chi la circonda. Se, infine, il problema sono i giocatori che, come qualcuno comincia ad insinuare, forse non seguono più il tecnico, questo deve essere visto e corretto da chi ne ha le possibilità. Perché a memoria, ultimamente, sin troppe volte i giocatori non si sono limitati ad espletare i lori compiti lavorativi, decidendo le sorti della guida tecnica. Successe con Spalletti, con Ranieri e con Zeman. Solo per citarne tre (anche se su quest’ultimo bisognerebbe aprire un capitolo a parte per quanto riguarda la scelta alquanto opinabile da parte della società). Per far sì che Roma diventi Capitale anche nel calcio bisognerebbe rivederne la mentalità. E’ indubbio che per chi ci vive e la ama la sua propensione ad essere istrionica e “cazzara” la renda attraente come una bellissima donna che si muove soave durante una festa. Ma se questa donna continua solamente a muoversi, facendo parlare di se e non vedendo la vita con un po’ più di concretezza, rimarrà per sempre sola. E il pragmatismo è una caratteristica che si deve avere a tutti i costi nelle vita, figuriamoci nel pallone. Dove si vince con i gol. Non con le chiacchiere e i balli di gala.

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