Le 500 di De Rossi: l’emblema che divide

Pubblicato il autore: Massimo Scialla Segui

De Rossi

30 ottobre 2001, i muscoli te li scalda l’emozione, non gli scatti a bordo campo. Il “cinque” a Tomic, uno di passaggio, come tanti – ma è pur sempre Tomic, oh –  poi l’odore dell’erba, quello di sempre che però quella sera è tutta un’altra cosa, forse perché è diverso, forse perché è Champions League, mica il Viareggio, o forse perché vuoi che stavolta ti riempia i polmoni fin quasi a farli scoppiare, per ricordare tutto di un momento così, anche le cose insignificanti; il rumore degli spalti, quello sentito in tv, o quello che facevi tu stesso in Sud quando, ancora ragazzino, esultavi per i gol di Totti o Delvecchio, per poi ritrovarti una decina di file più in basso e qualche livido in più. O per quelli di Balbo, ormai trentacinquenne, seduto sulla tua stessa panchina ed entrato cinque minuti dopo di te sul rettangolo di gioco per rilevare Cassano.

Un tifoso della Roma che non sogna un esordio simile a questo forse non è tifoso fino in fondo. E Daniele De Rossi probabilmente un esordio così lo aveva sognato per anni, mentre si allenava per le giovanili della sua squadra del cuore, quella di sempre, l’unica possibile.
Il ragazzino è arcigno, coriaceo, con il tempo trova continuità e stupisce tutti. Corre per due, sradica i palloni e tira bene da fuori. Un mediano coi fiocchi.
Il culmine sembra arrivare con il mondiale 2006: l’immagine ormai celebre della gomitata assestata all’americano Mc Bryde sembra innocua lì per lì, addirittura pare dimenticata dai più quando al rientro dalla squalifica De Rossi con freddezza da veterano buca Bartèz, con uno dei rigori decisivi per la vittoria finale. E non avrà ancora finito di vincere, perché con la Roma arriveranno negli anni due Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Sempre più protagonista. Sempre più titolare. Sul Campo.

Leggi anche:  Probabili formazioni Fiorentina Crotone: ecco le scelte di Prandelli e Stroppa

Spalletti lo incastona al centro delle formazioni, fulcro inamovibile. De Rossi con il tempo mette in mostra doti sempre più importanti, attirando l’attenzione di grandissimi club, ma anche il carattere di chi non le manda a dire. Lucidità estrema in ogni suo intervento davanti ad un microfono, mai banale, sempre assertivo. Forse troppo tifoso. Tanto che il vociare ininterrotto sulla sua vita privata, che si leva dalla sua stessa città lo ferisce spesso, a tratti lo immalinconisce.  Mentre si grida allo “scandalo” per parentele acquisite che con lo sport nulla hanno a che vedere, per poi fantasticare su mirabolanti storie di cicatrici e barbe, a Roma si perde di vista la fortuna di avere ad emblema, prima che un calciatore, una testa come quella di De Rossi: il calciatore tifoso, o forse il tifoso calciatore.

Leggi anche:  Roma, Fonseca vicino all'esonero, salvo fino al prossimo errore

Con il nuovo contratto, nel 2012, De Rossi firma forse anche la definitiva condanna ad essere protagonista involontario di un ennesimo dualismo, di quelli dei quali la città di Roma sembra non riuscire a fare a meno, addirittura pare nutrirsi. Nascono i pro-De Rossi ed i contro-De Rossi, seguendo la stucchevole, sporca, puzzolente abitudine di sostenere le proprie tesi ad ogni costo, anche se serve ingigantire, anche se serve inventare, anche a costo di giocare a fare il Risiko in migliaia, ma sulle spalle di uno soltanto.

Checchè se ne dica, De Rossi ha mantenuto i suoi standard di rendimento sempre al di sopra della sufficienza, salvo alcuni passaggi a vuoto di tutta la squadra giallorossa negli anni. Ed anzi, in alcune occasioni, malgrado le prestazioni scarse della Roma nell’arco di qualche campionato, De Rossi sembrava uno dei pochi a rendere comunque in modo accettabile, come spesso succedeva durante la prima stagione della Roma americana, quella sulla cui panchina sedeva Luis Enrique.

Pomo della discordia, oggetto di discussioni infinite, capro espiatorio e fonte inesauribile di leggende metropolitane, il ragazzino di Ostia oggi è un uomo, e che faccia o meno piacere, i numeri parlano per lui in modo eloquente, i numeri, non la voce di corridoio trapelata dall’amico del fratello del macellaio. Forse qualcuno userà la locuzione “le 500 di De Rossi” per inventare un improbabile scandalo relativo alla ricettazione di auto rubate in chissà che giro di malaffare, ma con quella di oggi contro L’Empoli, De Rossi toccherà le 500 presenze con la maglia della Roma. 500 presenze. Tetto cui alcuni tra i più autorevoli totem della storia della Roma hanno solo potuto avvicinarsi. Il centrocampista ha già superato nel computo delle presenze capitani storici della squadra giallorossa, quali Giacomo Losi e Giuseppe Giannini ed Agostino Di Bartolomei, essendo secondo solo all’infinito Francesco Totti.

Leggi anche:  Juventus - Napoli 2-0 le Pagelle: Cuadrado dominante, Ronaldo da record. Insigne stecca

Chissà se numeri del genere potessero far capolino anche solo nei sogni più arditi di Daniele De Rossi, quando era ragazzino. O quando, con i muscoli scaldati dall’emozione, più che dagli scatti, la camminata di Tomic verso la linea dell’out sembrava non finire mai. Finì. E cominciò la storia di uno dei più rappresentativi calciatori della Roma. Di sempre.

 

  •   
  •  
  •  
  •