Sarri, la vittoria dell’umiltà

Pubblicato il autore: Gennaro Esposito Segui

Sarri
Non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore” cantava Francesco De Gregori ne “La leva calcistica del ’68”, canzone indimenticabile rimasta nel cuore e nella mente di tutti. Mister Sarri sembra averla riadattata alla sua personalità, modificandola in “non aver paura di vestirti con la tuta, non è mica da questi particolari che si giudica un allenatore“. Usiamo questa canzone per descrivere la rivoluzione che sta avvenendo, ed in parte è già avvenuta, a Napoli. La piazza partenopea è passata in pochi mesi dall’aplomb e dalla tenuta rigorosamente in giacca e cravatta di mister Rafa Benitez, sicuro conoscitore di calcio dal grande palmarès ma forse poco adatto al tatticissimo gioco all’italiana, alla immancabile tuta sfoggiata da Maurizio Sarri in ogni occasione, che sia essa conferenza, allenamento o partita. Due uomini completamente diversi: Benitez è arrivato a Napoli con il suo carico di esperienza e preceduto dall’eco dei suoi trionfi (una Champions League, due Europa League, un Mondiale per club, due scudetti in Spagna e tanto altro) ed il suo compito era raccogliere la scomoda eredità di Walter Mazzarri che aveva ritenuto concluso il suo ciclo dopo alcune ottime stagioni. Maurizio Sarri nella sua bacheca dei trionfi ha una Coppa Italia di Serie D conquistata con il Sansovino nel 2002/03. Vista così la faccenda può far sorridere, eppure il mister toscano, figlio di operai trasferitosi a Bagnoli per lavoro, nelle prime otto giornate di campionato ha già fatto meglio del suo illustre predecessore.
Benitez ha deciso di lasciare la terra del Vesuvio, in direzione Madrid, all’indomani della sconfitta dolorosissima contro la Lazio, che è costato il terzo posto e quindi l’accesso ai preliminari di Champions proprio a favore dei biancocelesti. Mentre la città ancora piangeva per la scioccante sconfitta, l’iberico dispensava sorrisi all’uscita del centro tecnico di Castelvolturno, dirigendosi verso l’aereo per Madrid con il suo carico di belle parole e speranze per il futuro. Nel frattempo Sarri, nel suo ufficio ad Empoli, ripensava alla sua ottima prima annata in Serie A, arrivata dopo anni di gavetta e di campi di terra nelle serie minori. De Laurentiis volava a Siviglia per trattare con il tecnico fresco vincente dell’Europa League, quell’Unai Emery che non ha voluto però lasciare la Spagna proprio sul più bello. Qualche telefonata a Mihajlovic, in rotta con il presidente Ferrero ma già con una mezza promessa strappata da Adriano Galliani.
Il tempo passava, il mercato premeva e la squadra ancora non aveva un allenatore: ecco allora l’idea, la sorpresa che non t’aspetti. Affidare una big italiana, reduce da sei anni consecutivi in Europa e con campioni del calibro di Higuain, Hamsik, Callejon, Albiol ad un allenatore al suo secondo anno assoluto nella serie maggiore.
Ed ora, a distanza di tre mesi, ci sentiamo di dire che mai scelta fu più azzeccata. L’operaio Sarri ha riportato le parole “sacrificio”, “sudore” e “dedizione” al centro del progetto Napoli, parole troppo trascurate dalla precedente gestione spagnola che aveva generato più macerie che successi. Gente come Higuain e Callejon sono tornati a sorridere ed a divertirsi in campo, e la squadra, dopo un naturale periodo di assestamento, sembra ora una macchina oliata alla perfezione e capace di diventare una vera realtà in un campionato senza padroni come quello di quest’anno.

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