Brexit e calciomercato: cosa cambia

Pubblicato il autore: Mario Grasso Segui

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Il Regno Unito ha scelto la Brexit. Con l’uscita di Londra dall’Unione Europea, i giocatori britannici saranno extracomunitari. La Premier League dovrà puntare al made in UK. Potrebbe esserci il rischio che molti grandi club non siano più così grandi. Questo è in poche parole il probabile scenario che potrebbe ripercuotersi anche sul mondo del calcio dopo il referendum che da oggi dà il via alle trattative per lo storico addio della Gran Bretagna alle istituzioni comunitarie.

La situazione va analizzata con cautela. Partiamo dal discorso riguardante la sterlina. La moneta britannica, che è stata l’unica forte a non entrare nell’euro fin da subito, si svaluterà e già i primi dati lo stanno confermando. Il prezzo per le società inglesi per acquistare i giocatori sarà più alto. Non sarà, perciò, così facile acquistare i giocatori come accaduto finora. Se i grandi acquisti sono stati possibili non è stato solo per via del budget economico elevato dei club gestiti da sceicchi, petrolieri e magnati russi e americani. Rimanere nell’Unione Europea ha permesso di contenere la variazione tra euro e sterlina, favorendo le campagne acquisti milionarie di Chelsea e Manchester City su tutte. Oggi questo sarà più complicato e il budget dei proprietari di questi club dovranno sborsare molto di più. Di contro sarà decisamente più facile per i club degli altri campionati, prelevare dalla Premier League i gioielli e farli sbarcare nei propri tornei. Per farla breve: il Chelsea spenderebbe molto di più per acquistare Pogba, rispetto a quanti ne spenderebbe la Juventus per avere Hazard.

C’è poi il problema dei nuovi extracomunitari. La Premier League è per la maggior parte costituita da giocatori provenienti dall’estero. Fin qui tutto normale, anche in Italia è così. Ma come la mettiamo ora che chi proviene da uno stato straniero dell’Unione Europea è considerato al pari di un extracomunitario? I giocatori sono lavoratori e in quanto tali, quelli provenienti dall’area comunitaria hanno finora usufruito degli accordi sulla libera circolazione dei lavoratori. Non è da escludere che questi siano rinnovati mediante nuove trattative tra l’Unione Europea e il Regno Unito. Ma oggi i presupposti per questi segnali di distensione non ci sono. Dunque varrebbero anche per giocatori francesi, italiani, tedeschi, ecc. le stesse regole di un qualsiasi sudamericano o africano o asiatico che gioca attualmente in Premier League.

Cioè, per ottenere il permesso di lavoro, bisognerà dimostrare di aver ottenuto un certo numero di presenze nella propria nazionale negli ultimi due anni. Percentuale variabile in base alla posizione nel ranking della nazionale stessa. Più è alta, più è bassa la percentuale (presumendo che ci sia più concorrenza e sia più difficile ottenere una convocazione). Per capirci, Icardi non potrebbe mai giocare nel Manchester United, non avendo mai raggiunto neanche il 30% delle convocazioni nell’Argentina. Al contrario non avrebbe problemi a giocare nel Liverpool l’ex laziale Cana, presenza fissa della nazionale dell’Albania e ben oltre il 75% di presenze richieste nel suo caso.

Ma anche lo scenario attuale cambierebbe radicalmente. Il Leicester perderebbe uno dei maggiori artefici del miracolo: il francese Kanté, che solo in questo Europeo sta vivendo il suo primo grande momento in nazionale. Stessa sorte per il West Ham, che perderebbe il gioiellino Payet. Ma anche per il Manchester United, che sarebbe costretto a privarsi di De Gea e Martial.

Prevedibili, così, due mosse dopo la Brexit e gli ovvi negoziati di uscita che saranno avviati nel rispetto della volontà popolare. La Football Association rivedrà il regolamento sugli extracomunitari, anche magari dopo le prevedibili pressioni dei grandi club. In alternativa o magari in parallelo potrà iniziare una politica di Made in UK per far crescere e puntare sui prodotti del proprio territorio, magari ponendo le basi per costruire una grande nazionale.

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