Il tramadolo, nuova dipendenza per i ciclisti

Pubblicato il autore: Daniela Segui

ciclistiNuovi casi di “doping legale” sono stati scoperti in una delle discipline forse più faticose, il ciclismo. E L’utilizzo di sostanze oppiacee ma approvate dallo stato, è un fatto diffuso tra tantissimi ciclisti in Italia e nel mondo. Così un farmaco, il tramadolo, è accettato dalla medicina sportiva: i suoi effetti sono leggermente meno forti della morfina, ma è sempre a base di oppio e contro la fatica. In effetti il tramadolo serve per alleviare i dolori articolari e muscolari: molto utilizzato dagli atleti sulle “due ruote” in quanto i suoi effetti attutiscono di molto i dolori dovuti alla fatica di pedalate di ore. Come tutti gli “psicofarmaci” anche questo gioca sul cervello: in pratica agisce sul neurotrasmettitore che diffonde il dolore al corpo, ma ne limita gli effetti. In questo modo lo sportivo potrà sopportare maggiormente la fatica in quanto non ne subisce, al momento, le conseguenze. La Wada lo approva, nonostante sia stato richiesto anche dall’ associazione antidoping di considerarlo come una medicina illegale. In effetti i ciclisti che ne fanno “abuso sfrenato” ne sono tantissimi, una percentuale di circa il cinque per cento, mentre nelle altre discipline si arriva all’un per mille! Cifre grosse, troppo grosse per una sola disciplina sportiva. C’è dell’ altro: procurarsi questa medicina è oltremodo semplice in tantissimi stati europei non esclusa l’Italia: basta una semplice ricetta medica in quanto il tramadolo può essere utilizzato anche per una semplice cefalea. Risultato? Il ciclista non avverte dolori mentre corre sul suo mezzo, dunque se ha uno strappo o altro non lo sente. Le conseguenze si avvertiranno dopo e saranno ovviamente peggiori in quanto il competitore continuerà a sforzare un muscolo lesionato con effetti che spesso si rivelano disastrosi per la sua salute. Non è finita: il tramadolo è un oppiaceo “leggero” e come tale porta dipendenza, vertigini, sonnolenza e a volte persino allucinazioni. Ecco dunque spiegate certe cadute di gruppo durante alcune gare ciclistiche; ruzzoloni improvvisi dapprincipio inspiegabili ma la cui tesi ora, e solo ora, è dimostrata. Ancora: dimostrato l’uso forsennato e le conseguenze di detto tramadolo, i ciclisti, almeno la stragrande maggioranza di loro, gareggiano in condizioni non ottimali, spesso in palese stato confusionale. Molte associazioni antidoping, dato il largo abuso di questa medicina che se ne è fatto dal 2014 al 2015, hanno chiesto, come detto, l’immediata sua eliminazione, e l’iscrizione dello stesso tra i farmaci proibiti… Cosa che fino a ora non è mai avvenuta, nè si accenna alla cosa per questo 2016, pur tenendo ovviamente sotto controllo lo stato di salute dei ciclisti. Si è molto discusso sul fatto che molti tra loro, amando questo sport e soprattutto lo spirito competitivo, sono quasi costretti a fare “usi e abusi” di sostanze dopanti, anti fatica e anti stress. I percorsi sono sempre più difficili e a volte al limite dell’umano e questo porterebbe le persone a volere aggiungere una marcia in più. Non basterebbero dunque integratori, vitamine o sali minerali: soltanto un aiuto “consistente” all’organismo può aiutare un essere umano, seppure allenato bene, a compiere queste imprese spesso “titaniche”. Dunque perchè non tagliare il problema alla base e imporre meno sforzi agli atleti? Nessuno fino a ora si è espresso in merito.

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