Cesena ricorda Pantani, il Pirata che ancora si alza sui pedali

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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“C’è il mare, la montagna, c’è tutta la Romagna”
, dice uno storico canto della Curva Mare. Laddove batte il cuore pulsante del tifo cesenate. Perché il mare e la montagna sono lo specchio di una terra, la Romagna, fatta di vitalità, bevute all’osteria, larghi sorrisi, passeggiate nelle Foreste Casentinesi e pedalate in bicicletta lungo la Riviera Adriatica.

Il mare e la montagna c’erano anche per Marco Pantani. Uno che di strada ne ha fatta tanta. Nel vero senso della parola. Una strada che si è interrotta bruscamente il 14 febbraio di dodici anni fa. A San Valentino. “L’ultimo arrivo l’hai tagliato tu”, come canta Venditti nella sua “Tradimento e perdono”. Il giorno degli innamorati. Simbolo di come d’amore si possa morire. Avvelenati. Amore per uno sport, per la vita, per la propria esistenza. Quell’amore che i tifosi avevano riversato su di lui e sulle sue sgroppate oltre i mille metri. Pacche sulle spalle divenute forse macigni, dopo i fatti di Madonna di Campiglio, nel 1999.

C’è stato un momento, sabato scorso, che ha unito tutti i tifosi presenti al Manuzzi. Cesenati e perugini idealmente abbracciati in un applauso. Quello per lo striscione degli ultras bianconeri in ricordo del “loro” Marco. Che a Cesena era nato. E che Cesena, e la Romagna, ha sempre portato nel cuore. Con quel suo accento sbarazzino e quella sua malcelata timidezza, sempre schiva ai momenti mondani. Una malinconia di fondo. Perché “c’è il mare e la montagna”, ma in mezzo c’è anche una tristezza innata, che ha preso piede quando la notorietà è divenuta inedia e quando l’inedia è divenuta sospetto costante. In grado di demolire e uccidere anche il più forte degli uomini.

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Nessuno lo ha dimenticato. Quegli anni novanta che ci sembrano così lontani. Quasi sbiaditi nei ricordi. C’è uno scatto, quello di Plan di Monte Campione, quando Pavel Tonkov si arrende platealmente alla potenza del “Pirata”, che forse entra di diritto nella storia dello sport, non solo del ciclismo. E’ il primo di una lunga serie. E’ quello che mostra al mondo di cosa è capace Pantani. Di quanto cuore abbia in petto. Di come tutte quelle mani che lo accerchiano, mentre percorre i metri che lo separano dal traguardo, altro non siano che petali di rosa pronti a premiarlo già prima del traguardo. Perché si sa, in Italia il ciclismo ha sempre goduto di un’aura magica. E’ stato un sport in grado di far sognare e gioire la nostra nazione contadina del dopoguerra. Di regalare a persone che poco avevano durante l’anno, dei momenti unici. Da raccontare ai posteri: “Oh, io ho visto passarmi vicino Coppi e Bartali”. Cos’è lo sport senza l’anima del pubblico? Nulla.

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C’è una targa sul Galibier. Dove Marco Pantani lanciò la sfida (vincendola ovviamente) a un affannato Ulrich. Fu lo strappo decisivo del Tour de France 1998. Les Deux Alpes, vicino Grenoble. Vicino all’Italia. Non lontano dalla sua terra, quella di Romagna. Quella targa verrà custodita là, nei secoli dei secoli. A ricordare che è passato il “Pirata”. Che quelle immagini vecchie diciotto anni, devono restare per sempre vive. Nelle icone di questa disciplina e di chiunque abbia amato le sfide. Di qualunque genere siano state.

Ci scusino i maligni. Quelli del “Pantani era solo un drogato”. Ci perdonino questa nostra opera di rimembranza. Ma ragionare per slogan non dovrebbe far parte dell’essere umano, figuriamoci di una società che si dice multiculturale e “finalmente” aperta alle opinioni di tutti. In quel residence di Rimini, quel 14 febbraio del 2002, se ne andava anche tanto del nostro ciclismo. Non è più stato uguale. Quei pomeriggi passati di fronte alle televisioni, in quelle estati torride, si sono spenti forse per sempre. E non è stato il doping a farli morire. È stato l’oblio, la sbadataggine e la cattiveria con cui è stato trattato il “campione”. Osannato nel momento del bisogno, scaricato in quello della difficoltà.

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È l’indole umana. Siamo una specie che vale poco, fondamentalmente. Lo hanno ricordato i ragazzi della Curva Mare. Come fanno ogni 14 febbraio. Perché Marco era un loro fratello. Un loro consaguineo. “C’è il mare e la montagna, c’è tutta la Romagna”, per sempre nei tuoi scatti, nelle tue gesta e in quei tuoi sorrisi inquietati sul podio. Mentre indossi la maglia rosa e quella gialla. La più grande vittoria sarebbe stata recuperarti e vederti nuovamente sui pedali. Mentre getti la bandana e alzi i pugni al cielo. Quel cielo da cui ci guarderai per sempre e al quale ci rivolgeremo ogni volta che di fronte agli occhi ci passeranno le tue imprese sulle vette. Da Pampeago al Mortirolo. Dalla Marmolada al Plateau de Beille.

“E mi rialzo sui pedali ricomincio la fatica
Poi abbraccio i miei gregari passo in cima alla salita
Perché quelli come noi hanno voglia di sognare
E io dal passo del Pordoi chiudo gli occhi e vedo il mare”.

(Stadio)

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