Marco Pantani, un caso ancora aperto che tutti vogliono chiudere

Pubblicato il autore: Antonio Guarini Segui

bettiniphoto_0092915_1_full_670Sono passati 12 anni da quella maledetta notte tra il 13 e il 14 febbraio al residence Le Rose di Rimini, nella stanza D5 fu trovato il corpo senza vita di Marco Pantani, per tutti il Pirata, uno dei più grandi e popolari campioni del ciclismo moderno, l’ultimo in grado di vincere il Giro d’Italia e il Tour de France nello stesso anno, il 1998. L’autopsia rivelò che Pantani morì per overdose di cocaina, assunta spontaneamente, seconda le indagini di allora, che chiusero il caso come suicidio. Da allora è cominciata la battaglia dei genitori di Pantani, mamma Tonina non crede che suo figlio si sia tolto la vita, ma piuttosto che qualcuno abbia voluto togliere di mezzo il campione romagnolo, per chiudergli la bocca definitivamente. Pantani sapeva mote cose, sul traffico di stupefacenti, sulle scommesse truccate che lo avevano coinvolto direttamente al Giro d’Italia del 1999 quando, in maglia rosa, fu fermato per un tasso troppo elevato di ematocrito prima della tappa di Madonna di Campiglio. Pantani è stato un campione amato da tutti, anche dagli avversari, che non riuscivano a stragli dietro in salita , ma che avevano un rispetto infinito per un fenomeno delle due ruote. Pantani incarnava alla perfezione il mito del ragazzo di provincia che conquista il mondo a suon di pedalate, memorabili i duelli con Tonkov e Ullrich nel ’98 quando milioni di italiani restavano incollati al televisore spingendo il Pirata in cima alle vette dei grandi giri.
Troppe cose non tornano sulla morte di Pantani, i lividi trovati sul suo corpo, l’assenza di acqua dalla stanza che sarebbe servita ad assumere la dose letale di cocaina e il ritrovamento di cibo cinese, alimento mai consumato in precedenza dal Pirata. Tutto questi elementi hanno spinto la Procura della Repubblica di Rimini a riaprire il caso con l’ipotesi di reato di omicidio volontario. La stessa Procura però nel settembre del 2015 ha chiesto l’archiviazione con la motivazione che la morte di Pantani fu un suicidio. Pantani sapeva troppe cose, le rivelazioni del terrorista Vallanzasca sui fatti del Giro d’Italia del 1999 sono chiare a tutti, ma come spesso succede in italia si fa finta di nulla e anche i vertici dello sport italiano hanno sempre avuto un imbarazzato silenzio sulla vicenda, dimenticando quanto lustro abbia portato il campione di Cesenatico a tutto lo sport azzurro. Mamma Tonina e tutti i tifosi di Pantani non ci stanno, le vittorie, la storia e l’uomo meritano la verità, assoluta e inappellabile , ma il sospetto è che tutti vogliano chiudere per sempre al più presto un caso scomodo. La morte di Marco Pantani, un caso giudiziario ormai, forse è un vaso di Pandora che se aperto potrebbe portare a scoprire tante verità nascoste, mettendo a rischio la credibilità non solo del ciclismo, ma di tutto lo sport italiano. Lo scorso fine settimana, in occasione dell’anniversario della morte di Pantani, ci sono state le consuete celebrazioni a Cesenatico, il maltempo non ha fermato centinaia di persone che hanno voluto ancora una volta ricordare il campione della loro terra, amato da tutti e non solo per le imprese sportive. Allo stadio Manuzzi i tifosi del Cesena, nella partita vinta dai bianconeri contro il Perugia, hanno esposto un grande striscione chiedendosi se e quando verrà fatta giustizia per il caso Pantani, una domanda che affligge tutti quelli che hanno amato il Pirata e che ancora oggi si emozionano per il ciclismo. Tocca al presidente del CONI Malagò , alla federazione ciclismo , ai tribunali, insomma tocca a tutti quelli che hanno il potere e il dovere di fare luce una volta per tutte sul caso Pantani.
” Se ho sbagliato non me ne sono reso conto” recita così un verso della canzone degli Stadio dedicata a Marco Pantani, ma se è stato qualcun altro a sbagliare, costui deve essere processato e condannato, sempre che qualcuno abbia voglia di dare a giustizia alla morte di Marco Pantani, Marco il Pirata, Marco il Campione.

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