Nel segno del Pirata: 12 anni fa ci lasciava Marco Pantani

Pubblicato il autore: Pierluigi Persano Segui

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Quando Gianni Mura chiese a Marco Pantani perchè andasse così forte in salita, lui rispose: “Per abbreviare la mia agonia”.
Così a soli 34 anni, il Pirata se ne andò lasciando un vuoto incolmabile nel cuore degli appassionati di ciclismo e di tutti gli italiani che rimanevano incantati davanti alla tv quando una bandana in bicicletta sembrava correre più forte del vento.
Morto da solo, la notte di San Valentino del 2004, trovato straziato nella camera D5 del residence “Le Rose” di Rimini.
Schiacciato dal peso delle accuse di doping, nascosto da tutti, depresso e schiavo della droga. Alla fine sarà un mix di antidepressivi e cocaina a portarlo via, a consacrarlo nell’olimpo dello sport italiano.

LO SPRINT E IL DECLINO – Nei primi anni ’90 Pantani è uno dei ciclisti più promettenti del panorama italiano.
Nel ’94 arriva 2° al Giro d’Italia e 3° al Tour de France, ma una serie di infortuni spesso sfortunati rischiano di comprometterne la carriera. Ma nel 1998 arriva la fantastica doppietta Giro-Tour che lo lanciano verso la popolarità e il successo. Anche il 1999 sembra il suo anno, e il bis di Pantani nella corsa a tappe lungo lo stivale sembra scontato. Due vittorie consecutive a Pampeago e Madonna di Campiglio, più di 5′ di vantaggio su Savoldelli e la maglia rosa gli sembra già cucita addosso. Ma la mattina del 5 giugno a Madonna di Campiglio, durante dei controlli antidoping dell’UCI, viene rilevato un valore di globuli rossi superiore al consentito: un 52% che superava di pochissimo il margine di tolleranza dell’1% rispetto al massimo consentito dai regolamenti, il 50%. Pantani viene sospeso. C’è chi grida al complotto, si pensa che ci sia di mezzo la mafia e un giro di scommesse clandestine.
Il mondo gli crolla addosso: “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile“.
Quel giorno è iniziato il suo calvario. Da Madonna di Campiglio Pantani non salirà più in sella alla sua bicicletta.
“Spero che la Procura di Forlì mi aiuti a scoprire la cause della morte di Marco. Non voglio sapere cosa è successo quel 14 febbraio 2004, ma cosa è successo a Campiglio. Mio figlio l’hanno ammazzato a Campiglio”, dice mamma Tonina.

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IL RICORDO DEL PIRATA – Sono passati già 12 anni, ma il ricordo di Pantani resta ancora vivo negli appassionati della bicicletta. Di una terra, la Romagna, che non si è mai dimenticata di quel figlio che correva come un Dio.
Al ‘Manuzzi’ di Cesena, in occasione del match Cesena-Perugia, la Curva Mare ha voluto ricordare Pantani con uno striscione: “La giustizia invocata non è mai arrivata, ma la Romagna di te non si è dimenticata. Pantani vive“.
Invece Sebastiano Gavasso, attore che sta preparando uno spettacolo teatrale sul Pirata, ha lanciato una petizione sul sito change.org , già firmata da più di 14 mila sostenitori, dove chiede sostegno affinché non si fermino le indagini sulla morte di Pantani e sui fatti di Madonna di Campiglio.
Lavorando a questo progetto, abbiamo potuto conoscere a fondo la storia del Pirata. Per questo vogliamo che sulla sua morte si faccia una volta per tutte chiarezza. Per lui, per i fan, per il ciclismo. Per amore della verità.
Restituiamo a Marco ciò che tante calunnie e voci infondate, negli anni, hanno provato a strappargli. Non archiviamo il processo sulla sua morte.

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