Caso Pantani: le tappe della verità

Pubblicato il autore: Simone Satragno Segui
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Si dice che la verità venga sempre a galla. L’intercettazione telefonica di pochi giorni fa infatti restituisce una reputazione al pirata. I dettagli della conversazione sul caso Pantani, per quanto macabri, scagionano finalmente Marco da qualsiasi accusa di doping su quel maledetto giro d’Italia del 1999.

A Madonna di Campiglio finisce il sogno di tanti italiani, smarriti e increduli di fronte alle accuse di doping: il 5 giugno a alle ore 10:10 locali, vennero resi pubblici i risultati dei controlli svolti dai medici dell’UCI in quella stessa mattinata: in tali test era stata riscontrata, nel sangue di Pantani, una concentrazione di globuli rossi superiore al consentito. Il valore di ematocrito rilevato al cesenate fu infatti del 52%, oltre il margine di tolleranza dell’1% rispetto al limite massimo consentito dai regolamenti, il 50%; il Pirata venne di conseguenza sospeso per 15 giorni, il che comportava l’esclusione immediata dalla rincorsa alla maglia rosa. A questa notizia la squadra del Pirata, la Mercatone Uno-Bianchi, si ritirò in blocco dal Giro. Lo sgomento colpì tutti, anche gli avversari, con Paolo Savoldelli, che nonostante fosse subentrato al primo posto in classifica, rifiutò di indossare la maglia rosa, rischiando anche di incorrere una squalifica. La tappa fu poi vinta dallo spagnolo Roberto Heras, mentre il primato passò a Ivan Gotti, che vinse quel Giro, che non verrà certo ricordato per la sua vittoria.

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I primi dubbi sulla veridicità di quel controllo vennero in seguito alle dichiarazione della fidanzata danese di Marco da ben 7 anni: Christina Jonsson, in un’intervista al periodico svizzero L’Hebdò, riferì che il ciclista cesenate facesse uso regolare di sostanze dopanti. L’eventuale “complotto” a causa della lettera di Renato Vallanzasca alla madre del ciclista, Tonina, dell’8 novembre 2007. In breve Vallanzasca sostiene che un suo amico, habitué delle scommesse clandestine, lo abbia avvicinato cinque giorni prima del “fatto” di Madonna di Campiglio consigliandogli di scommettere sulla sconfitta di Marco Pantani per la classifica finale, assicurandogli che «il Giro non lo vincerà sicuramente lui».
Dopo aver spaccato per l’ira un vetro nell’albergo, accerchiato dai giornalisti e accompagnato dai carabinieri mentre stava per lasciare la corsa, disse: “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile.”

E fu effettivamente così: Marco sapeva alla perfezione che molti italiani si erano appassionati al ciclismo solo per le sue scalate, e quel tasso alterato di ematocrito aveva di fatto affossato quanto di grandioso il romagnolo avesse fatto fino a quel momento. Le dichiarazioni dell’intercettazione restituiscono finalmente umanità e verità ad uno sport intero, ad una mamma alla ricerca della verità, ma soprattutto a Marco, che da quel 5 giugno entrò nel tunnel della depressione e della droga, senza mai più uscirne.

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Dopo il ritiro dal giro nel 2001 fu la volta della depressione che presagì il peggio. L’ultima salita si concluse il 14 febbraio 2004, quando Marco fu trovato morto nella stanza D5 del residence “Le Rose” di Rimini. L’autopsia rivelò che la morte era stata causata da un edema polmonare e cerebrale, in seguito a un’overdose di cocaina. Le sue spoglie sono sepolte nel cimitero di Cesenatico.

 

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