Il ciclismo che uccide

Pubblicato il autore: Daniela Segui

IMG_4252-800x568-800x568Altro dramma nel mondo del ciclismo. Dopo l’assurda morte a causa di un incidente per un altro corridore avvenuta pochi giorni fa, lunedì è stata la volta di un altro ciclista,colpito da un infarto che lo ha portato in breve alla morte a soli 22 anni, Daan Myngheer. Il giovane si trovava proprio in pista al momento della tragedia, sul finale della prima tappa del Criterium International. La gara, nonostante la precedente tragedia di cui si è detto, sembrava del tutto senza intoppi: i ciclisti erano tranquilli e in pista si registrava un’atmosfera serena. Sono bastate poche ore per far scattare il dramma: Daan, proprio sul finale, ha cominciato a sentirsi male, tanto che è stato costretto a staccarsi dai compagni e fermarsi. Le sue condizioni sono apparse subito “preoccupabili” e i medici lo hanno soccorso prontamente e portato in ambulanza: il ventiduenne è stato colto da infarto fulminante proprio durante la corsa in ospedale. La morte è sopraggiunta soltanto poche ore dopo al reparto ospedaliero dove era ricoverato sotto gli occhi di parenti e amici accorsi subito per lui. Il triste annuncio è stato dato poi dalla sua stessa squadra la Roubaix Metropole Lille, e la notizia è stata diffusa prontamente tramite social network. Messaggi di condoglianze per quest’assurda giovanissima morte, sono partiti da tutto il mondo. Proprio come Demoitiè, gli organi di Myngheer sono stati esportati per essere dati in donazione, secondo l’espressa volontà dello sportivo. Notizie del genere purtroppo lasciano un amaro in bocca oltre un grave spunto di riflessione. Due giovani vite dedite allo stesso sport sono morte a poca distanza di tempo l’ una dell’ altro: uno per un gravissimo incidente, l’altro stroncato da un infarto. Il ciclismo, così come altre discipline sportive, è considerato uno sport sereno, eppure troppe persone ci hanno rimesso la vita soltanto per “pedalare”. Si è spesso parlato di percorsi troppo impervi e al limite della sopportazione, di “bici truccate” e a pedalata assistita, di medicinali quasi al limite del doping per dare una spintarella in più agli appassionati che decidono di intraprendere questo sport. Eppure casi di morte, doping, strappi pesantissimi o seri incidenti, talora mortali, tutt’oggi non mancano. Occorrerebbe certo mettere in condizione i ciclisti di gareggiare una sana competizione che il cuore umano può reggere con una fatica contenuta, supportare i muscoli senza sottoporti a uno stress eccessivo per evitare che questa e altri simili tragedie si consumino in futuro. Purtroppo a tutt’oggi di una “inversione di tendenza” se ne’è parlato ma la cosa è rimasta “lettera morta”. Fatto sta che inconvenienti del genere accadono spesso in questo sport e in tanti, tantissimi, ricorrono a sostanze legalizzate o meno che troppe volte portano a conseguenze anche gravissime quali strappi muscolari non avvertiti subito, crampi che impediscono persino di camminare, rottura di tendini, o conseguenti operazioni dall’esito incerto. Certo queste sono conseguenze lievi rispetto a quello che è accaduto di recente: probabilmente Daan se si fosse sottoposto a un monitoraggio più frequente del cuore, o se avesse gareggiato in una competizione meno “dura” oggi sarebbe ancora qui a raccontarlo. Fatto sta che una giovane vita si è spezzata all’improvviso: tante altre risorgeranno grazie a lui e alla donazione dei suoi organi, ma la tragedia per la famiglia e tutti i tifosi, rimane pur sempre gravissima e tanto difficile da sopportare.

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