“Bestie da vittoria”, le confessioni shock di Danilo Di Luca

Pubblicato il autore: Antonio Guarini Segui

vartmpgallery_migration_83_temp_dirgalleryimage12503_DI_LUCA-630x403Parole forti, rivelazioni pesanti, ammissioni gravi. Danilo Di Luca, nella sua biografia ‘Bestie da Vittoria’ in uscita martedì prossimo, racconta la sua esperienza (e quella degli ex colleghi) col doping: “Se non mi fossi dopato non avrei mai vinto. Non mi pento di niente. Ho mentito, ho tradito, ho fatto quello che dovevo fare per arrivare primo. Nel ciclismo tutti sanno la verità, ma la verità è inaccettabile”. Di Luca, trovato due volte positivo al doping (nel 2009 e nel 2013) spiega di essersi dopato per 16 anni: “Nel 1997, al terzo anno da dilettante, inizio con la farmacia. Inizio a doparmi seriamente nel 2001 al terzo anno da professionista. Per un ciclista l’importante è vincere, non pensi mai che ti possono beccare, che ti puoi ammalare”. Quando i direttori sportivi dicono ‘non so niente’, mentono. L’ambiente non ti obbliga a doparti, ti sollecita, il campione crea un indotto che dà da mangiare a un sacco di famiglie”. L’ex corridore racconta come sia venuta a galla la sua positività nel 2013, durante il Giro d’Italia: “Scopro che hanno modificato il sistema di rilevare la presenza di Epo nel sangue fino a 24 ore dopo l’assunzione. Io l’avevo fatta alle 11 di sera. Con 500 unità, i tempi di rintracciabilità sono dalle 3 alle 6 ore, ero tranquillo, sarei risultato pulito anche se fossero venuti al mattino. Ma i miei calcoli non sono serviti a niente. Quindici anni fa, qualcuno arrivava a farsi anche 4.000 unità al giorno. Una follia. I ciclisti sono degli eccellenti infermieri”. Un contesto che ti porta a vivere in un modo preciso: “L’assunzione di sostanze illegali porta la menzogna: mentiamo alla famiglia, alle mogli, ai giornalisti, ai massaggiatori, ai meccanici, perfino ai nostri colleghi. Ogni ciclista sa che tutti si dopano eppure nessuno parla e qualcuno sostiene pure di andare ‘a pane e acqua’. Mentire diventa naturale come respirare. La verità è che tutti si dopano e che tutti lo rifarebbero”. Mi procuro tutto coi mercati paralleli”. “Diventiamo come animali, come bestie. Non siamo eroi, siamo dei pazzi scatenati. Per un ciclista l’importante è vincere, non pensi mai che ti possono beccare, che ti puoi ammalare”. “I velocisti prendono la nitroglicerina in pastiglie per fare delle sfiammate supersoniche negli ultimi tre chilometri. La sciolgono sotto la lingua prima della volata. Tornano nuovi”. Adesso Danilo Di Luca, una volta ritiratosi dal ciclismo professionistico fa il costruttore di biciclette.
Parole dure e amare quelle di Di Luca, ennesima pugnalata ad uno sport che ha perso credibilità da molto tempo, ma che comunque continua ad appassionare migliaia di appassionati che puntualmente affollano le salite del Giro d’Italia e del Tour de France. Dopo l’intercettazione, resa pubblica, riguardante il caso Pantani, è chiaro che il ciclismo è caduto in un abisso di profonda illegalità, che abbraccia troppe facce di questo sport. Parole che suonano ancora più amare nel giorno in cui si festeggia la Liberazione dal fascismo, il ricordo va a Gino Bartali, uno che in tempi di guerra sfidava la morte per trasportare documenti falsi per salvare centinaia di ebrei dalla deportazione, altri tempi, altri uomini,altro ciclismo.

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